Syrian parody on Daesh

Syrian activists and filmakers Youssef Helali, Maen Watfe and Muhammad Damlakhy have just released “Daya al Taseh”, a series of sketches lampooning Daesh (ISIS).

Check this out, and think of these brave guys when you say “I am Charlie”. There are so many “Charlies” in the Arab world going unnoticed (luckily the WSJ has noticed them and reported about their work here).

 

 

 

Essere o non essere Charlie, ma é questo, veramente, il problema?

Riposto la mia riflessione su Charlie Hebdo e i fatti di Parigi uscita oggi su Il Manifesto.

A chi legge l’arabo, consiglio l’articolo di Al Akhbar che cito nel pezzo.

Per chi è interessato a capire come i media arabi hanno coperto la questione, il buon pezzo di Haaretz (anche se privo di link in lingua originale araba) e, sui media iraniani, Antonello Sacchetti.

Per finire consiglio il pezzo di Mark Levine, professore di Storia del Medio Oriente moderno a Irvine, California, uscito oggi su Al Jazeera English.

 

Europa e Islam, chi è Charlie veramente?

Tra innocenza e ipocrisia. Il problema dei valori e dell’identità rischia di nasconderne altri, più autentici, come i rapporti geopolitici e le ipocrisie dell’Occidente e del mondo arabo. Non a caso i sauditi frustano un blogger e tutti tacciono

Una giovane manifesta per Charlie Hebdo in una piazza di Aleppo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Soli­da­rietà idiota». Con que­sto titolo pro­vo­ca­to­rio, apparso qual­che giorno fa sul quo­ti­diano liba­nese Al Akh­bar, il gior­na­li­sta Amar Moh­sen defi­niva l’affannarsi media­tico dei musul­mani a pren­dere le distanze dagli attac­chi a Char­lie Hebdo.

Affanno che si tra­sfor­mava nell’hashtag #JeSui­sChar­lie (il più popo­lare della sto­ria di twit­ter), magliette, foto viral­mente dif­fuse in rete e su face­book. Tutti impe­gnati a dire: sono musul­mano, ma sono anche Char­lie. E come ogni sin­golo musul­mano era chia­mato a scu­sarsi a nome dell’intera sua spe­cie per un atroce gesto com­messo da uno spa­ruto gruppo, così l’attacco di due (per quello che ne sap­piamo) per­sone con­tro la reda­zione di un gior­nale è diven­tato imme­dia­ta­mente il ten­ta­tivo di espu­gnare il più pre­zioso dei nostri beni: la libertà di espressione.

Come in una catena di figure reto­ri­che, abbiamo tutti clas­si­fi­cato i fatti di Parigi come un attacco al «valore euro­peo» per eccel­lenza. E giù ancora un’altra, infi­nita catena di hash­tag, foto e dichia­ra­zioni di cit­ta­dini musul­mani che fanno pub­blica ammenda, che urlano «non in mio nome», per­ché io, «io sono Charlie».

Ma, come fa notare Moh­sen, ripreso anche da Haa­retz, il quo­ti­diano pro­gres­si­sta israe­liano, «quello che è suc­cesso a Parigi è un attacco fran­cese alla Francia».

I quat­tro sospetti, di cui tre ormai impos­si­bi­li­tati a par­lare e una spa­rita nel nulla, non sono forse cit­ta­dini fran­cesi, nati e cre­sciuti in Fran­cia, sep­pur di ori­gine araba, e musulmani?

Così come era di ori­gine araba, e musul­mano il povero poli­ziotto, Ahmed Mera­bet; eppure, per le leggi della Répu­bli­que che ha difeso con la vita, francese.

Come, per citare una sol­tanto delle vit­time, il grande Geor­ges Wolin­ski: che era cit­ta­dino fran­cese, ebreo, nato in un paese arabo, da padre polacco e madre tuni­sina. Un inno al mul­ti­cul­tu­ra­li­smo à la fra­nçaise, si direbbe.

Per­ciò chi è «Char­lie» vera­mente? Per­ché i musul­mani di tutto il mondodevono affan­narsi a dire: «anch’io sono Char­lie»? Per­ché essere musul­mano ed essere fran­cese dovreb­bero essere ele­menti in con­trad­di­zione fra loro in un paese fon­dato sull’éga­lité?

Forse, come fa notare Moh­sen con­dan­nando la nai­vetè della «soli­da­rietà idiota», sarebbe il caso di riflet­tere su come la Fran­cia abbia cre­sciuto que­sto Islam den­tro casa.

Sarebbe il caso di rive­dere i mar­gini con­cessi a paesi come l’Arabia Sau­dita nella gestione di moschee e scuole islamiche.

L’Arabia Sau­dita è il paese che ha con­dan­nato il blog­ger Raef Badawi a 10 anni di galera, una multa di oltre 200.000 dol­lari, e mille fru­state pub­bli­che, in piazza, per venti set­ti­mane suc­ces­sive (la prima dose di 50 è stata som­mi­ni­strata venerdì). Badawi chie­deva pub­bli­ca­mente di affron­tare alcuni argo­menti spi­nosi per la monar­chia sau­dita come l’abolizione della Com­mis­sione per la pro­mo­zione della virtù e la pre­ven­zione del vizio (qual­cosa di molto simile a quello che l’Isis ha isti­tuito nelle zone sotto il suo controllo).

Eppure la Fran­cia, l’Occidente intero, tace sull’Arabia Sau­dita. Anche rispetto a temi come l’avversione alla rap­pre­sen­ta­zione della figura reli­giosa mas­sima dell’Islam, Mao­metto. Se faces­simo un passo indie­tro nella sto­ria dell’Islam e del suo rap­porto con le imma­gini (chi vuole appro­fon­dire la que­stione può leg­gere i saggi della sto­rica dell’arte Chri­stiane Gru­ber sull’evoluzione della rap­pre­sen­ta­zione di Mao­metto nei secoli) tro­ve­remmo diverse raf­fi­gu­ra­zioni del pro­feta in minia­ture e mano­scritti. La cor­rente real­mente ico­no­cla­sta è quella waha­bita, apparsa a par­tire dal XVIII secolo, la cui sorte è inti­ma­mente legata alla sto­ria dell’Arabia Sau­dita e al patto di ferro fra la dina­stia al-Saoud e Moha­med al-Wahab.

Per­ciò di quale Islam par­liamo quando par­liamo di Islam? Il lea­der di Hez­bol­lah,Has­san Nasral­lah, ha con­dan­nato pub­bli­ca­mente gli atti bar­bari di Parigi. Anche auto­rità reli­giose ira­niane come Ahmed Kha­tami (non il pre­si­dente rifor­mi­sta, come fa notare giu­sta­mente sul suo bel blog Anto­nello Sac­chetti), con­dan­nano l’attentato in Fran­cia e lo dis­so­ciano dall’Islam. Potremmo con­clu­dere allora che l’Islam sciita di Iran ed Hez­bol­lah è «migliore» di quello waha­bita e ultra­con­ser­va­tore dei waha­biti (e in più non ha nem­meno pro­blemi di ico­no­cla­stia, come si nota dalle soap opera ira­niane che ogni anno a Rama­dan rap­pre­sen­tano figure reli­giose isla­mi­che senza alcun problema).
Ma in realtà non di una guerra di Islam diversi, più o meno con­ser­va­tori, si tratta; ma di una guerra di con­trollo geo­po­li­tico della regione fra l’Iran e il Golfo arabo, in prima fila Ara­bia Sau­dita e Qatar.

Quando Nasral­lah con­danna il ter­ro­ri­smo a Parigi il mes­sag­gio va in realtà a Riad o a Washing­ton e alleati: col­pe­voli di soste­nere la bomba del jiha­di­smo sun­nita in Siria, ormai scap­pata loro di mano ed esplosa nel cuore dell’Europa.

Noi ne fac­ciamo una que­stione di attac­chi alla «libertà di espres­sione», ai «nostri» valori «europei».

Leggo i com­menti inor­ri­diti alle email del pro­dut­tore ese­cu­tivo di Al Jazeera English, Salah-aldin Khadr, che scrive ai suoi di stare attenti alla «logica bina­ria» che costrui­sce oppo­si­zioni fra il (sup­po­sto) valore euro­peo per eccel­lenza , la libertà di espres­sione, e l’Islam retro­grado. Gente scan­da­liz­zata per il ten­ta­tivo di una rete di pro­prietà araba di affos­sare la libertà dei suoi dipen­denti occidentali.

Non so quanti hanno capito che anche quei musul­mani che hanno ucciso altri musul­mani nell’attentato a Char­lie Hebdo erano in realtà euro­pei, fran­cesi, che hanno ucciso altri euro­pei, altri fran­cesi. Non so quanti hanno capito che non si tratta di difen­dere libertà e prin­cipi astratti, quando nel con­creto non esi­ste più un «noi» verso un «loro», in una fase in cui gli inte­ressi eco­no­mici e geo­po­li­tici fanno e disfano alleanze, in cui le eco­no­mie di un paese sono con­nesse a quelle di un altro (e tutte sot­to­mosse alla real­po­li­tik del capi­ta­li­smo finanziario).

Non sapevo quanti l’avessero capito, fino a quando ho visto la foto di una ragazza siriana che faceva capo­lino die­tro un car­tello con scritto «Je suis Char­lie». Si era fatta foto­gra­fare, da sola, nella piazza di un’Aleppo ormai fan­ta­sma, svuo­tata dalla gente ma con que­sta pic­cola donna siriana scesa per mani­fe­stare la sua soli­da­rietà. Ho ripo­stato la foto insieme alla mia disperazione.

E forse, per la prima volta da quando uso twit­ter, ho rice­vuto migliaia di mes­saggi di gente dal mondo intero, che diceva gra­zie a que­sta pic­cola siriana; ed espri­meva la sua, la nostra, ver­go­gna per essere tutti noi Char­lie ma non essere mai voluti essere quella Siria in cerca della sua libertà nelle piazze di una pri­ma­vera 2011 che le leggi della geo­po­li­tica e della finanza glo­bale hanno deciso di affossare.

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Revamping Syria’s creative resistance

These days, we don’t hear that much concerning Syrian civil society and its resilience. Yet, this is something we should care about and we should try to listen to Syrian voices from civil society that have been silenced by the polarization Syrian regime vs ISIS (Da’ash).
I’m proud to be part of a team of committed scholars, journalists and activists who are doing their best to deliver those silenced voices to the general public. Our common project, the web portal on Syrian civil society and emerging creativity  SyriaUntold,  has just been revamped. It has a new look, and contains new features and also a new section which highlights our recent partnership with Open Democracy  “Looking inside the uprising” .
This new section features articles on “collective memory”, “creative resistance”, “emerging media”, and “sectarianism”, a topic highly debated these days in the context of the Syrian uprising
The last article penned by our Mohamed Dibo , “Assad’s secular sectarianism”,  has been widely discussed, bringing a new perspective to a debate which is too often framed by Western media in a very polarized way, i.e. “Assad’s secularism” vs “sunni jihadism”.
We hope that, even such a small contribution as SyriaUntold is, can at least help shed light on issues and perspectives quite often forgotten in the international debate, or lost in the “black and white” frame applied to Syria these days.
We do our best to highlight the efforts and the incredible resilience of Syrian civil society, featuring its defiance and creative resistance.
Please visit the new website , follow SyriaUntold on Twitter and Facebook 
and subscribe to the weekly newsletter. 
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La parodia dell’ISIS firmata Iraq

Riposto qui la mia ultima analisi (almeno per quest’anno) della copertura mediatica in lingua araba del fenomeno ISIS (Da’ash in arabo) che ho curato in questi ultimi mesi, con il prezioso aiuto di Qais Fares, per Arab Media Report.

I capitoli precedenti hanno trattato i media siriani, quelli panarabi, e quelli libanesi, sempre in relazione all’argomento ISIS.

E forse il più sorprendente è proprio questo capitolo iracheno, per il modo in cui un paese che è afflitto da anni dalla piaga del terrorismo (e dell’occupazione militare) reagisce ad organizzazioni come Da’ash: provando a prenderle in giro.

La parodia dell’Isil in onda su Al-Iraqiyya

La scena si apre con Abu Bakr al-Baghdadi, l’autoproclamato “califfo” di Isil ( Da’ash nel suo acronimo arabo), che calorosamente saluta i “miscredenti” (kuffar). Un giovane che indossa una t-shirt con lo stemma della bandiera inglese gli si avvicina e timidamente osserva: “signore, ci sono alcuni mezzi di comunicazione che criticano il suo stato dicendo che voi non concedete libertà ai cittadini”. “E chi lo dice?”, risponde il califfo in un marcato dialetto iracheno. Poi incalza, ridendo: “Noi siamo lo stato al mondo che permette maggiore libertà e maggiore democrazia ai suoi cittadini! E se non ci credi, vai a vedere con i tuoi occhi come muoiono e come si fanno saltare in aria liberamente!”. “E che mi dici del resto della popolazione?”, ha il coraggio di chiedere il giovane. Così il califfo si convince che è arrivato il momento di fare un restyling all’immagine internazionale di Da’ash. “Chiamiamo i media amici”, ordina ai suoi fedeli, e immediatamente veniamo catapultati dentro un programma televisivo il cui nome fa il verso a “Controcorrente”, lo show di punta di Al-Jazeera che mette a confronto due opinioni diametralmente opposte. Ma qui più che di un confronto ad armi pari si tratta di un trattamento di favore per il rappresentante del califfo che, al termine della puntata, finisce per impugnare la sciabola e trascinare il suo avversario fuori dallo studio televisivo per quella che si indovina essere un’esecuzione.

Con questa doppia parodia dell’Isil e di Al-Jazeera – considerata da molti un modo per sostenere l’organizzazione jihadista – si chiude la venticinquesima puntata della serie tv Dawlat al-khurafa (Lo stato fittizio) prodotta dalla televisione di stato irachena Al-Iraqiyya. Un budget di oltre 6000 mila dollari (cifra record per una serie televisiva irachena), il programma a episodi (musalsal, in arabo) affronta con ironia il tema dell’autoproclamato “stato islamico”: argomento che tocca da molto vicino la popolazione irachena, dopo che l’organizzazione è arrivata quasi alle porte di Baghdad e controlla tuttora una fetta strategica del territorio del paese, compresa la città di Mosul. “Dobbiamo fargli vedere che non abbiamo paura”, ha dichiarato Ali al-Qassem, il regista di Dawlat al-khurafa.

 

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Non è la prima volta che l’industria televisiva irachena, in particolare quella di fiction, affronta argomenti delicati – e rischiosi per l’incolumità di chi ne parla pubblicamente – come quello dell’autoproclamato califfato islamico. Dopo l’invasione statunitense del 2003, e il caos generale in cui è precipitato il paese, registi, attori e scrittori televisivi hanno approfittato dei più ampi margini di libertà espressiva per raccontare pubblicamente temi come l’estremismo islamico, la crescente minaccia del settarismo, la presenza militare occidentale sul territorio iracheno e le violazioni di diritti umani perpetrate dagli alleati nei confronti della popolazione civile. La seconda metà degli anni 2000 è stata un fiorire di serie televisive che affrontavano con coraggio questi argomenti: una per tutte, Fobia Baghdad (2007), il racconto allucinante di una classe media irachena che perde il suo peso politico e culturale, e che si estingue nella violenza quotidiana di intimidazioni, rapimenti, assassini.

Questa volta il salto è evidente: il “califfo” appare nelle sembianze reali di Al-Baghadi, note al mondo intero dal giorno del suo sermone pubblico a Mosul. Le bandiere nere sono quelle dell’Isil; la situazione, seppure raccontata in chiave ironica, è quella assolutamente realistica di un villaggio iracheno che deve vivere forzatamente dentro un “califfato” dove tutto è proibito e ogni cosa è violenza. Persino una partita di calcio. Nella puntata ventisei vediamo i seguaci di Al-Baghdadi convincere il califfo della necessità di ospitare la coppa del mondo dentro il califfato. E così seguiamo una squadra di giocatori di fama mondiale (ci sono anche Del Piero e Messi) mentre sbarca dentro lo “stato fittizio” e comincia a giocare contro i dawa’ash (membri di Da’ash), vestiti di nero integrale, con barbe lunghe e sciabole a portata di mano. Naturalmente la vittoria, a colpi di lame e minacce, va alla squadra del califfo, mentre un Cesare Maldini “arabo” commenta amareggiato: “così i terroristi vincono anche sul campo di calcio, usando la violenza”.

Insomma, Dawlat al-khurafa è una serie tv coraggiosa che usa strumenti come ironia e satira feroce di fronte a situazioni che non sono affatto lontane dal quotidiano degli iracheni, anzi costituiscono ormai una minaccia reale ad un paese già devastato da anni di guerra e caos. Certo criticare Da’ash con ogni mezzo, e cercare di alienargli il sostegno che pure l’organizzazione pare sia riuscita a raccogliere fra alcune frange tribali sunnite, rientra nella missione della televisione di stato, Al-Iraqiyya, produttrice di Dawlat al-khurafa, che naturalmente deve rappresentare la posizione di “unità nazionale” di fronte alla crisi generata dall’avanzata dell’Isil. Anche gli espliciti riferimenti ad Al-Jazeera in Dawlat al-khurafa, dove una feroce parodia dei suoi programmi suggerisce la collusione della rete qatarina con l’estremismo islamico, va nella direzione di denunciare coloro che lavorano, anche mediaticamente, a minare l’unità nazionale.

Non è un mistero, infatti, che il canale di stanza a Doha sia schierato contro l’ex premier sciita Nouri Al-Maliki e, in generale, contro l’influenza sciita – iraniana – sul governo iracheno. Nella puntata del programma Hadith al-thawra (Conversazione sulla rivoluzione) dello scorso 23 novembre, la presentatrice del famoso show di Al-Jazeera incalzava Harlan Ullman, ex consulente della Difesa Usa, chiedendo spiegazioni del perché l’amministrazione statunitense avesse ignorato le tribù sunnite irachene quando “per oltre due anni si sono sollevate pacificamente, chiedendo di porre fine alle ingiustizie perpetrate dal governo Maliki”. Ullman rispondeva riconoscendo gli errori della strategia Usa: “senza gli sheikh della provincia di Anbar e senza la cooperazione sunnita in generale, sconfiggere ed estirpare lo Stato Islamico risulterebbe molto difficile”. Poi ammetteva come l’amministrazione di Barack Obama avesse sottovalutato il pericolo Isil all’epoca del ritiro delle truppe Usa dall’Iraq, e precisava come il governo Maliki avesse commesso “errori molto gravi che devono essere ora superati”.

Maliki e il suo mandante iraniano non sono mai stati ben visti da Al-Jazeera che, sulla questione irachena, si è da sempre fatta portavoce dell’asse “sunnita” appoggiato dal Qatar. L’ossessione della formazione di una cordata Washington-Tehran che si consolidi nella comune battaglia contro Isil è presente trasversalmente nei palinsesti di Al-Jazeera: uno spinoso argomento che viene spesso dibattuto nei talk show della rete, riflettendo la paura di Qatar (e Arabia Saudita) di perdere l’egemonia sul Golfo arabo, nonché i favori dell’alleato Usa. Nella puntata del programma Fil ‘umq (In profondità) trasmessa lo scorso 15 settembre con il titolo esplicito “L’alleanza segreta fra Washington e Tehran contro lo Stato Islamico” (come già sottolineato in una nostra precedente analisi, Al-Jazeera si riferisce a Isil usando l’espressione “l’organizzazione (nota come) stato”, spesso omettendo anche l’aggettivo “islamico”), il giornalista saudita Ali al-Dhufairi accusava l’Iran non solo di intromettersi negli affari della Siria, sostenendo militarmente il regime di Bashar al-Asad, ma anche di interferire pesantemente con il governo iracheno. D’altra parte non mancavano le polemiche contro gli Stati Uniti, colpevoli di fare da apripista all’ingerenza iraniana nella regione con la scusa di combattere “quella che viene vista come un’organizzazione terroristica”, Isil.

Oltre alla spiccata componente anti-iraniana, un altro elemento che emerge nell’analisi dei programmi di Al-Jazeera sul tema Iraq e Isil è una sorta di tacita giustificazione – proprio alla luce dell’ingerenza iraniana a sostegno delle milizie sciite nel paese – nei confronti di quella parte sunnita della popolazione irachena che avrebbe scelto di unirsi a Da’ash o, comunque, di non ostacolarne l’avanzata. Nell’episodio di Ma wara’ al-khabar (Cosa c’è dietro la notizia) dello scorso 27 novembre intitolata “Segnali di progresso dell’organizzazione (nota come) “stato” a Kirkuk e Ramadi”, veniva sottolineato come le aree marcatamente sunnite di queste province avrebbero cominciato a sostenere Isil anche nella sua conquista di territorio. Sfortunatamente, sottolineava uno degli ospiti del programma, Da’ash sarebbe diventato un modello per i sunniti, nella mancanza più totale di orientamento su quale soggetto sia più adatto a rappresentare i sunniti iracheni. Un altro ospite sottolineava come i sunniti di queste province fossero stati massacrati dalle milizie sciite che avrebbero distrutto anche i loro luoghi di culto, facendo divampare il già mal sopito odio settario; mentre i peshmerga sarebbero stati più clementi, pur non avendo anch’essi compreso a pieno la situazione. Ciò avrebbe generato terreno fertile per l’avanzata dell’Isil nell’area, sostenuta tacitamente – anche se non militarmente – dalle tribù sunnite che avrebbero trovato “chi combatte per conto loro”.

Una pericolosa situazione di crescente odio settario che si registrava già nell’estate scorsa, quando una delle guide dell’Islam sunnita, l’egiziano Youssef Qaradawi (ex volto del programma di Al-Jazeera, Sharia wal hayat, Sharia e vita, ora condannato dall’Egitto ) da anni in esilio in Qatar, avrebbe detto apertamente in un tweet del 23 giugno: “I sunniti vengono oppressi particolarmente in #Iraq e #Da’ash non è emerso in un vuoto come alcuni fantasticano”. Dall’altra parte, proprio per fare fronte al settarismo in risalita, i media iracheni, compresi quelli privati, in generale fanno quadrato attorno all’idea di “unità nazionale”, sostenendo la lotta contro Isil guidata dall’esercito iracheno, l’unica forza legittimata a portare avanti la battaglia per sconfiggere l’organizzazione terroristica. Una posizione, questa, che accomuna sia la televisione privata di matrice liberale Al-Sumaria, che Al-Baghdadia, canale satellitare di stanza al Cairo di proprietà di un imprenditore iracheno sciita, entrambi sostenitrici dell’esercito iracheno come elemento di unità nazionale nella lotta contro Isil.

La spaccatura dell’unità nazionale avverrebbe invece sui territori del pop. Recentemente, in una puntata del talent show di punta dell’intrattenimento panarabo, Arab Idol, trasmesso dal gruppo saudita MBC, è stato eliminato Ammar al-Kufi, il concorrente proveniente dal Kurdistan iracheno. Questa volta la mancanza di sostegno non sarebbe da attribuire alla giuria come era successo l’anno scorso quando uno dei suoi membri, la cantante emiratina Ahlam, si era rifiutata di indicare una delle concorrenti come proveniente dal Kurdistan, sottolineando che sempre di “Iraq” si trattava. Quest’anno la stessa Ahlam, forse per riparare al gesto di cattivo gusto dell’edizione precedente, aveva addirittura duettato con Al-Kufi, a cui era stato concesso di esibirsi in lingua curda in uno degli show panarabi per eccellenza.

L’eliminazione di Al-Kufi dallo show sarebbe questa volta dovuta al mancato supporto dei suoi connazionali iracheni. Un articolo redatto lo scorso novembre dall’agenzia irachena NINA news sottolineava il paradosso che un concorrente iracheno in un così popolare show panarabo non venisse appoggiato apertamente dai suoi connazionali, essendo forse proprio la sua identità curda l’elemento discriminante.

In un pericoloso momento in cui all’interno del paese incalza la guerra settaria – della quale Isil approfitta per rafforzarsi facendo leva sul tacito appoggio di una parte delle tribù sunnite – persino la musica pop non è territorio innocente e si trasforma nel campo di battaglia di nazionalismi e settarismi.

 

Buon compleanno Abuna

Per il sessantesimo compleanno di Padre Paolo Dall’Oglio, rapito in Siria nel luglio 2013, Riccardo Cristiano ha scritto questo bel pezzo che ripubblico di seguito.

 

“Perché il vulcano siriano oltre a infangare l’uomo infangherà tutta questa regione, compresa Ninive, compreso il tuo Libano, se non ci svegliamo”

 

Una frase che Paolo ha detto a Riccardo e che non dovremmo mai scordare.

Ci manchi, Abuna. E le tue idee mancano in quest’assordante assenza di proposte coraggiose per salvare il futuro della nostra Siria, del nostro Medio Oriente…

 

Buon compleanno, Paolo

padredalloglio4Quando tutto immaginavo tranne che ti rapissero, ti dissi che forse sarei venuto a trovarti per il tuo compleanno lì nel Kurdistan iracheno dove ti eri trasferito. Parlavo del tuo 59esimo compleanno, non di questo 60esimo ormai alle porte. Ti eri trasferito lì in territorio curdo da quando eri stato espulso dalla Siria, e io seguitavo a chiederti perché il tuo cuore rimanesse lì, tra i siriani, benché tu mi dicessi che ogni paese è patria per un discepolo di Gesù. “Perché il vulcano siriano oltre a infangare l’uomo infangherà tutta questa regione, compresa Ninive, compreso il tuo Libano, se non ci svegliamo”. Era questa la tua risposta.

E oggi non posso dimenticare che pochi giorni prima, a maggio 2013, cioè un anno e mezzo fa, poco prima di essere sequestrato dai terroristi dello Stato Islamico, mi avevi detto che ” nessuno è veramente interessato ai cristiani orientali, perché se davvero lo fossimo davanti a questa occasione irripetibile della primavera araba, che chiede libertà e democrazia- una democrazia colorata di Islam come da noi è colorata di radici cristiane- ci saremmo attivati per aiutarla. Non è stato così e allora prima o poi non ci resterà che indire un’altra giornata della memoria.”

Il fatto, carissimo Paolo, è che senza lenti deformate o deformanti tu avevi visto che la Primavera nasceva da un’agenda laica e non violenta in un contesto islamico. In Siria poi nasceva guidata e incarnata da giovani donne. Gli opposti integralismi, panarabisti e panislamisti, figli di generali golpisti, di miliziani khomeinisti o di petromonarchi tanto miliardari quanto oscurantisti, si sarebbero impegnati in tutti i modi per combattere la Primavera da sponde opposte, le sponde di disegni egemonici incompatibili su tutto tranne che su un punto, distruggere la primavera laica, democratica, giovane.. “Cittadina” la definiva tu, cioè portatrice di un’istanza di cittadinanza che è l’unica capace di cambiare il Medio Oriente, non contro qualche comunità, ma con i giovani di tutte le comunità, che le vogliono preservare, non accettando più di viverle come caserme.

Oggi i folli disegni anti-umani degli opposti estremismi stritolano la Primavera, quella rivoluzione che Ziad Majed, grande intellettuale arabo e grande amico di un martire del cristianesimo orientale, Samir Kassir, ha definito “la rivoluzione orfana”. Orfana della nostra solidarietà, non certo dei suoi nemici giurati, petromonarchi e pasdaran, ma di un’attenzione che sostenesse la sua richiesta ineludibile e per definizione non-violenta: la cittadinanza, una cittadinanza condivisa per tutti, musulmani e cristiani, curdi e drusi, in un Medio Oriente i cui popoli non vogliono più né panarabismi né panislamismi, né tantomeno terrorismi.
Quelle popolazione vogliono tornare a essere fatte da individui portatori di una dignità come solo una democrazia può consentire, quella che tu chiamavi “una democrazia colorata d’Islam, come la nostra è colorata di radici di cristiane.”

E chi non si rassegna a questa realtà, si guardi intorno, guardi i monumenti, guardi le cupole senza le quali le nostre città non sarebbero tali. Eppure queste città così intrise di radici cristiane rimanendo tali , grazie a Dio, oggi non discriminano più, anche se tanto resta da fare per un vero multiculturalismo europeo. Lo stesso processo può avviarsi finalmente in Medio Oriente, un Medio Oriente che non discrimini più, come vorrebbero i suoi figli, i suoi giovani. E la Tunisia sta lì a dirci che senza l’intervento militare dei nemici esterni della Primavera questo esito è possibile, e sa vincere nelle urne.

Spero che subito dopo questo tuo compleanno ne torneremo a parlare, Paolo.

Fonte: “Il Mondo di Annibale”

15 novembre 2014

Da’ash (ISIS) visto dai media siriani

Dallo scorso 4 Novembre abbiamo cominciato, insieme ad Arab Media Report, e con la preziosa collaborazione di Qais Fares, un monitoraggio dei media arabi rispetto alla questione ISIS altrimenti detto Da’ash con il suo acronimo arabo (che userò d’ora in avanti). Dalle nostre conversazioni è nata l’esigenza, che speriamo venga apprezzata dai giornalisti e dai media nostrani, di mostrare un altro sguardo sulla questione Da’ash, oltre a quello che leggiamo sulla stampa di lingua inglese (e sulla nostra).

Come parlano i media arabi di Da’ash? Per chi non conosce la complessità del sistema mediatico arabo, questa sembrerà forse una domanda banale, o una semplice questione di tradurre articoli e programmi televisivi dall’arabo.

Ma con un panorama di oltre 600 canali televisivi satellitari, ognuno di essi espressione di un potere (di stato o di corporation; più spesso di entrambi), e complessissime dinamiche di geopolitica dei media, la risposta di come la stampa e la televisione della Regione vedono Da’ash merita approfondimenti e contestualizzazione.

Da qui la proposta di Arab Media Report, di esaminare quanto più è possibile, in profondità, e nel loro contesto geopolitico, le posizioni dei vari media outlets di lingua araba.

La prima puntata, uscita il 4 Novembre, riflette sulla rappresentazione di Da’ash nei media siriani. Abbiamo fatto una selezione di stampa e TV, con un occhio puntato sull’intrattenimento (in questo caso le acclamate musalsalat siriane, le soap opera da sempre impegnate a dare un punto di vista  sull’attualità politica). Una selezione non certo esaustiva ma che si spera, in futuro, possa espandersi, nell’auspicio di una collaborazione con media e organizzazioni del nostro paese interessate a capire meglio la questione del terrorismo internazionale affrontata dai diversi punti di vista presenti nel mondo arabo.

Prossimamente parleremo di Da’ash visto da Libano, Iraq, e dai media panarabi come Al Jazeera e Al Arabiya. Buona lettura!

I Media siriani raccontano Da’ash: “un nido di vespe occidentali”

L’autoproclamato Stato islamico dell’Iraq e del Levante, Isil, meglio noto in Medio Oriente con il suo acronimo arabo Da’ash, invaderà presto il mondo della fiction panaraba. Ad annunciarlo è il regista siriano Najdat Anzour, noto per lavori come Nihayat rajul shuja (La fine di un uomo coraggioso) che hanno rivoluzionato il linguaggio delle fiction televisive arabe nella metà degli anni ‘90. Non è la prima volta che Anzour affronta temi come il terrorismo jihadista nei suoi lavori televisivi. Nel 2005 aveva firmato Al-hurr al ayn, (Le vergini del paradiso) su un attentato ad un compound in Arabia Saudita dove trovarono la morte diverse famiglie arabe; mentre l’anno successivo produceva la serie televisiva Al-mariquona (I rinnegati) che si interrogava sull’origine dell’estremismo religioso e del terrorismo di matrice jihadista in diversi paesi arabi, dal Libano all’Iraq.

Anzour sta ora lavorando a un film prodotto dall’agenzia governativa siriana per il cinema e la televisione, con un sostanzioso budget di 400 milioni di lire siriane, che si concentrerà suDa’ash, l’organizzazione terroristica più temuta e dibattuta al momento in Medio Oriente come in Occidente. Dalle dichiarazioni rilasciate da Anzour rispetto a Thousand days in Syria, un suo precedente lavoro che il regista starebbe ultimando con la promessa di raccontare la “realtà” degli eventi di questi ultimi anni in Siria, sembra evidente che il suo nuovo film, in uscita nel 2015, inquadrerà il jihadismo contemporaneo di Da’ash nell’ottica dell’ennesimo complotto israelo-americano mirato a destabilizzare il paese.

Questo sembra confermare una tendenza già esplorata nella monografia di Arab Media Report su La fiction siriana. Mercato e politica della televisione nell’era degli Asad, per cui lemusalsalat, serie televisive siriane, hanno il compito di trasportare nella narrazione del Ramadan argomenti di attualità sui quali il paese è chiamato a sviluppare un certo tipo di immaginario e sentire collettivo. La tendenza ufficiale dei media siriani, confermata anche attraverso opere fiction di qualità realizzate da questa élite di produttori culturali di talento, rispetto al jihadismo contemporaneo di Da’ash, è di leggerlo come l’ennesimo virus post-coloniale diffuso allo scopo di assoggettare paesi sovrani come la Siria alla volontà di Israele e Stati Uniti. Questa narrativa, che già per tradizione legge ogni fenomeno di destabilizzazione del regime siriano in termini di cospirazione israelo-statunitense, oggi si arricchisce di una serie di sfumature: nuove minacce perpetrate da Turchia e paesi del Golfo, accusati di finanziare l’organizzazione terroristica con l’obiettivo di rovesciare Bashar al-Asad.

Un esempio lampante di questa lettura viene offerto dal quotidiano governativo Tishreen. In un articolo pubblicato lo scorso 19 ottobre dal titolo La… laysa hada huwa al-hal (No, non è questa la soluzione) la caporedattrice del giornale, Raghda Mardini, si interroga sulle conseguenze della politica statunitense nella regione araba. In un atteggiamento tipico dei media governativi siriani, l’editoriale accusa “i mercenari di Washington” di aver ideato -una volta spinta la formazione di un’opposizione politica o, meglio, di “coloro che vengono chiamati dissidenti siriani moderati”- l’ennesimo pretesto per minacciare la sovranità territoriale siriana, con lo scopo di proteggere Israele, e l’aiuto finanziario dell’Arabia Saudita.

Tishreen mette insieme, in un unico grande calderone politico, l’America neocoloniale, il Golfo, la Turchia, e il Mossad israeliano, accomunati nello scopo di plasmare un’organizzazione terroristica come Da’ash per riconquistare il controllo strategico sulla regione araba ridisegnandone i confini, e allo stesso tempo salvaguardare la sicurezza di Israele. Ciò farebbe parte, secondo Mardini, di una strategia, concordata dai servizi segreti statunitensi e britannici in collaborazione con quelli “sionisti”, che va sotto il nome di “strategia del nido di vespe”, e che avrebbe lo scopo di dare vita ad un’organizzazione terroristica capace di reclutare volontari in tutto il mondo per garantire, fra le altre cose, la “protezione” di Israele. Per sostenere questa tesi cospirativa, l’autrice afferma che l’esistenza del “nido di vespe” sarebbe stata provata da un leak di documenti provenienti direttamente dall’agenzia di sicurezza nazionale Usa; una tesi presente in diversi media pro-Asad, in particolare siti web e agenzie informative online, che indicano Edward Snowden come fonte delle rivelazioni sulla collaborazione fra Mossad e servizi segreti anglo-americani. La conclusione di Mardini è, dunque, che la coalizione internazionale anti-Isil nasconda altre agende strategiche dietro la scusa di sradicare un’organizzazione in realtà creata dagli stessi poteri ufficialmente schierati contro di essa.

Allo stesso tempo, i media siriani devono tenere conto, nella loro narrazione degli eventi legati a Da’ash, dell’ambiguità della posizione ufficiale della Siria. Se infatti, da una parte, il governo – e i media di sua proprietà, come Tishreen – ritraggono Da’ash come il frutto di una nuova cospirazione mirata a destabilizzare il paese e a proteggere Israele; dall’altra Al-Asad ha bisogno della minaccia terroristica per sostenere la narrativa ufficiale adottata sin dall’inizio delle proteste anti-regime, nel marzo 2011. In quest’ottica, che vede l’esercito siriano impegnato a combattere cellule terroristiche attive sul territorio nazionale, il ministro degli esteri Walid al-Moallem, in una conferenza stampa tenuta lo scorso 25 agosto, aveva teso la mano a un’eventuale coalizione internazionale anti-Da’ash, a patto che venisse attuata con il coordinamento siriano. In seguito al rifiuto di Washington, la posizione del governo siriano è rimasta ambigua.

Negli articoli del quotidiano Al-Watan questo atteggiamento contraddittorio diventa evidente.Al-Watan appartiene nominalmente alla stampa privata; di fatto, è controllato dal gruppo di proprietà del cugino di Bashar al-Asad, Rami Makhlouf, uno degli imprenditori più potenti del paese (formalmente ritiratosi dagli affari nel 2011 in seguito alle proteste di piazza). Studiando la copertura del fenomeno Da’ash, non è raro imbattersi in una doppia lettura che riflette perfettamente l’ambigua posizione del governo siriano. L’edizione dello scorso 23 settembre, per esempio, accomuna la lotta anti-terrorismo portata avanti dalla coalizione internazionale anti-Isil a quella del governo; come se quest’ultima fosse ulteriormente legittimata dal fatto che la minaccia terroristica è stata ufficialmente riconosciuta, al punto tale da spingere le potenze mondiali ad intervenire in Siria. Il giornale lascia indovinare una sintonia fra Damasco e la coalizione, rivelando che il segretario di stato Usa John Kerry avrebbe contattato Al-Moallem prima di colpire militarmente le postazioni dell’Isil nel paese, azione che la Siria avrebbe salutato favorevolmente. E questo, secondo quanto emerge dalla lettura di Al-Watan, non allo scopo di informarlo soltanto di ciò che stava per accadere; ma con l’obiettivo di stabilire un coordinamento con il governo siriano.

Allo stesso tempo, però, non mancano articoli critici e sulla scia cospirativa, che tendono a ricondurre la nascita e l’ascesa di Da’ash ad un progetto tutto americano mirato a distruggere il Medio Oriente. In un articolo dello scorso 12 ottobre dal titolo “La sorprendente fabbricazione mediatica dell’immagine di Da’ash“ , Sayyah Azzam scrive che il packaging mediatico dell’organizzazione terroristica serve a dare ragion politica, sociale e militare a ciò che viene definito “Islamofobia”, e che già aveva fornito la giustificazione all’occupazione dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Irak nel 2003. Secondo il giornalista, la creazione di una certa immagine di Da’ash è funzionale a bloccare l’aspirazione dei popoli arabi ed islamici alla stabilità ed alla sicurezza, e volta a garantire quella di Israele. Così, come nel periodo della guerra fredda l’Unione Sovietica e “la minaccia comunista” erano i bersagli della propaganda mediatica occidentale, oggi lo diventa “la minaccia islamica”. Il quadro ideologico entro il quale l’islamofobia prende forma è composto da opere come quelle di Samuel Huntington e la sua filosofia dello “scontro di civiltà”, o di Francis Fukuyama e la sua “fine della storia”; fino ad arrivare a George W. Bush e al motto: “chi non è con noi è contro di noi”. Azzam affianca a questo aspetto ideologico della strategia occidentale anche un risvolto business: la costruzione mediatica della minaccia islamica attraverso il nuovo nemicoDa’ash andrebbe a tutto vantaggio delle ditte occidentali che si occupano della ricostruzione una volta che i bombardamenti e le strategie militari  lasciano il posto a quelle commerciali. L’articolo conclude sollevando una serie di domande relative alle sorprendenti capacità tecniche, economiche, mediatiche di Da’ash; suggerendo che tutto ciò va a vantaggio di un Occidente il cui scopo è distruggere l’immagine dell’Islam e dei popoli arabi ritranedoli come barbari e incivili, e approfittandone per invadere la regione e riaffermare la sua egemonia geopolitica.

Nelle pagine interne di Al Watan, articoli critici come quello di Azzam sono spesso affiancati da cartoni e illustrazioni satiriche come questa di Fares Gadabet, dove è evidente come il “genio” Da’ash esca direttamente dal cappello dello Zio Tom.

Della Ratta

L’ambiguità del governo siriano leggibile attraverso Al-Watan si trasforma, nel caso della televisione di stato Syria TV, in un incredibile diniego. E’ surreale guardare i programmi diSyria TV, quasi tutti concentrati sulla questione delle “riforme”. Non è un caso assistere a riunioni in diretta del parlamento, o a talk show che dibattono lo stato delle riforme nel paese in settori come l’agricoltura, la sanità, l’istruzione; come se la Siria non si trovasse in uno stato di emergenza e guerra civile. D’altra parte, la normalizzazione della situazione e l’insistenza sulle riforme che il governo avrebbe attuato o starebbe per attuare sono punti della strategia che la presidenza di Bashar al-Asad segue da oltre un decennio. Sin dall’inizio del suo mandato, infatti, il presidente siriano ha insistito sulla necessità di implementare le riforme, sia economiche che politiche, nel paese; d’altra parte, secondo la narrativa ufficiale, questo processo riformista è stato bloccato dalla continua ingerenza occidentale negli affari della Siria e della regione araba. La guerra in Irak del 2003, e gli squilibri che hanno fatto seguito all’occupazione americana dell’area, avrebbero impedito al riformismo di al-Asad di attuarsi, costringendo il governo siriano ad una strategia concentrata sulla difesa militare dalle minacce esterne, piuttosto che sul miglioramento delle condizioni economiche, sociali, e politiche all’interno del paese. Questa narrativa, che ha accompagnato l’intero mandato di Bashar al-Asad, è stata reiterata più volte all’inizio delle manifestazioni del marzo 2011, e continua tuttora.

La televisione di stato è l’arma mediatica per eccellenza di questa strategia. I suoi programmi insistono sulle riforme e sulla volontà del governo di portarle avanti, nonostante la minaccia terroristica di Da’ash: che viene letta come frutto della cospirazione occidentale e israeliana volta a destabilizzare il paese e a minarne la sovranità. Insieme all’insistenza sulle riforme, i programmi di Syria TV enfatizzano la storia del paese legata alle conquiste di Hafez al-Asad, il padre dell’attuale presidente. Lo scorso 16 ottobre, in occasione della celebrazione del giorno delle forze armate aeree, la televisione di stato ha mandato in onda un discorso di Hafez al-Asad al popolo siriano datato 6 ottobre 1973, il giorno dell’inizio della guerra dello Yom Kippur: il conflitto che per il mondo arabo ha segnato la rivincita contro Israele dopo la clamorosa sconfitta della guerra dei sei giorni, 1967. Simbolicamente, rimandare in onda quel discorso proprio nei giorni in cui l’esercito siriano subiva sconfitte nell’aree di Raqqa ad opera di Da’ash, signifca ribadire che il governo siriano è forte e la vittoria è vicina. Il tutto, sotto la leadership di Asad -il “leader immortale” (al qa’ed al khalid, uno degli appellativi con cui è noto Hafez al-Asad)- che continua ai nostri giorni e deve proseguire nel futuro.

Ma i tempi sono cambiati, anche per la Siria degli al-Asad. E altre figure di leader si affiancano oggi, mediaticamente, ad Hafez e Bashar. Non è raro imbattersi in programmi della televisione di stato come quello del 10 ottobre scorso, sulla vita e le imprese di Mao Zedong: segno del ruolo fondamentale, strategico sia dal punto di vista militare che da quello economico, che la Cina gioca oggi nel determinare il futuro e la sopravvivenza della Siria degli al-Asad.

Immagine nell’articolo: vignetta del 16 ottobre 2014 di Fares Garabet, giornale Al-Watan (Siria) 

Ha collaborato Qais Fares