Syria’s Romeo & Juliet at Zaatari Camp

For the World Theatre Day, 27 March, Syrian actor and director Nawwar Bulbul will premiere “Romeo & Juliet” at the Zaatar refugee camp in Jordan.

The theatre play will be entirely performed by Syrian refugee children living in Zaatari; they will be joined on Skype by other Syrian kids, still living inside the country.

Nawwar has directed other theatre plays performed by Syrians living inside the camps. Recently, his “King Lear” adapted from a Shakespeare’s play has gained international attention.

Watch out for this new “Romeo & Juliet” production in Zaatari which hopefully will travel around the world (although never easy to get visas for Syrians, these days; not even for those involved in arts and culture).

Bassel Safadi’s third year in a Syrian jail

Yesterday marked the 4th anniversary of the beginning of Syria’s uprising.

It also, very sadly, marked the detention of our beloved friend, open-source advocate Bassel Khartabil aka Safadi.

Several initiatives have been launched on the web, particularly this one which aims at building an #offlinelibrary for our friend. You can contribute your gift here.

I’d like to republish what Bassel’s wife, Noura Ghazi, has written on the eve of the 3rd anniversary of his detention.

Bassel won’t be forgotten, as much as the other political prisoners still waiting for justice, dignity, and freedom, locked up in Syrian jails.
This day is very hard on me, i am trying not to remember the details of our lats evening together , 3 years ago.

i am trying to keep myself busy with anything, with anyone , but every minute i remember a day that seems too far away now. what we spoke about that night , what did we eat ?

what were you wearing, why did we argue that evening, and when i started crying and telling you i have a very weird feeling inside of me and am afraid we won’t be getting married , you started cooling me down , dry my tears and promising me that we will still go on and have our wedding day on the day we agreed and we will celebrate and everything will happen according to plan. i did not know then , that only few hours were away from your arrest, and i did not know then that i will start counting days months and years of you being absent

…. that day we spent together is a very hard day to forget… and after they took you it has become even more hard to forget… it is impossible to forget the day with its details , impossible to forget you uttering the word i am afraid while asleep , the word: afraid … still rings in my head and in my heart for 3 years .

3 years and i have been living a fear i have never lived in my life, and i am fighting , because i love you , because i love you i am fighting. i am fighting everything but your love that is taking over my soul … do you remember how many times i told you i love you that day? and after 3 years , and after 20 years i will always love you , i will always wait for you every single dirty month of march until i die… Noura Ghazi Safadi

Syrian parody on Daesh

Syrian activists and filmakers Youssef Helali, Maen Watfe and Muhammad Damlakhy have just released “Daya al Taseh”, a series of sketches lampooning Daesh (ISIS).

Check this out, and think of these brave guys when you say “I am Charlie”. There are so many “Charlies” in the Arab world going unnoticed (luckily the WSJ has noticed them and reported about their work here).

 

 

 

Essere o non essere Charlie, ma é questo, veramente, il problema?

Riposto la mia riflessione su Charlie Hebdo e i fatti di Parigi uscita oggi su Il Manifesto.

A chi legge l’arabo, consiglio l’articolo di Al Akhbar che cito nel pezzo.

Per chi è interessato a capire come i media arabi hanno coperto la questione, il buon pezzo di Haaretz (anche se privo di link in lingua originale araba) e, sui media iraniani, Antonello Sacchetti.

Per finire consiglio il pezzo di Mark Levine, professore di Storia del Medio Oriente moderno a Irvine, California, uscito oggi su Al Jazeera English.

 

Europa e Islam, chi è Charlie veramente?

Tra innocenza e ipocrisia. Il problema dei valori e dell’identità rischia di nasconderne altri, più autentici, come i rapporti geopolitici e le ipocrisie dell’Occidente e del mondo arabo. Non a caso i sauditi frustano un blogger e tutti tacciono


Una giovane manifesta per Charlie Hebdo in una piazza di Aleppo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Soli­da­rietà idiota». Con que­sto titolo pro­vo­ca­to­rio, apparso qual­che giorno fa sul quo­ti­diano liba­nese Al Akh­bar, il gior­na­li­sta Amar Moh­sen defi­niva l’affannarsi media­tico dei musul­mani a pren­dere le distanze dagli attac­chi a Char­lie Hebdo.

Affanno che si tra­sfor­mava nell’hashtag #JeSui­sChar­lie (il più popo­lare della sto­ria di twit­ter), magliette, foto viral­mente dif­fuse in rete e su face­book. Tutti impe­gnati a dire: sono musul­mano, ma sono anche Char­lie. E come ogni sin­golo musul­mano era chia­mato a scu­sarsi a nome dell’intera sua spe­cie per un atroce gesto com­messo da uno spa­ruto gruppo, così l’attacco di due (per quello che ne sap­piamo) per­sone con­tro la reda­zione di un gior­nale è diven­tato imme­dia­ta­mente il ten­ta­tivo di espu­gnare il più pre­zioso dei nostri beni: la libertà di espressione.

Come in una catena di figure reto­ri­che, abbiamo tutti clas­si­fi­cato i fatti di Parigi come un attacco al «valore euro­peo» per eccel­lenza. E giù ancora un’altra, infi­nita catena di hash­tag, foto e dichia­ra­zioni di cit­ta­dini musul­mani che fanno pub­blica ammenda, che urlano «non in mio nome», per­ché io, «io sono Charlie».

Ma, come fa notare Moh­sen, ripreso anche da Haa­retz, il quo­ti­diano pro­gres­si­sta israe­liano, «quello che è suc­cesso a Parigi è un attacco fran­cese alla Francia».

I quat­tro sospetti, di cui tre ormai impos­si­bi­li­tati a par­lare e una spa­rita nel nulla, non sono forse cit­ta­dini fran­cesi, nati e cre­sciuti in Fran­cia, sep­pur di ori­gine araba, e musulmani?

Così come era di ori­gine araba, e musul­mano il povero poli­ziotto, Ahmed Mera­bet; eppure, per le leggi della Répu­bli­que che ha difeso con la vita, francese.

Come, per citare una sol­tanto delle vit­time, il grande Geor­ges Wolin­ski: che era cit­ta­dino fran­cese, ebreo, nato in un paese arabo, da padre polacco e madre tuni­sina. Un inno al mul­ti­cul­tu­ra­li­smo à la fra­nçaise, si direbbe.

Per­ciò chi è «Char­lie» vera­mente? Per­ché i musul­mani di tutto il mondodevono affan­narsi a dire: «anch’io sono Char­lie»? Per­ché essere musul­mano ed essere fran­cese dovreb­bero essere ele­menti in con­trad­di­zione fra loro in un paese fon­dato sull’éga­lité?

Forse, come fa notare Moh­sen con­dan­nando la nai­vetè della «soli­da­rietà idiota», sarebbe il caso di riflet­tere su come la Fran­cia abbia cre­sciuto que­sto Islam den­tro casa.

Sarebbe il caso di rive­dere i mar­gini con­cessi a paesi come l’Arabia Sau­dita nella gestione di moschee e scuole islamiche.

L’Arabia Sau­dita è il paese che ha con­dan­nato il blog­ger Raef Badawi a 10 anni di galera, una multa di oltre 200.000 dol­lari, e mille fru­state pub­bli­che, in piazza, per venti set­ti­mane suc­ces­sive (la prima dose di 50 è stata som­mi­ni­strata venerdì). Badawi chie­deva pub­bli­ca­mente di affron­tare alcuni argo­menti spi­nosi per la monar­chia sau­dita come l’abolizione della Com­mis­sione per la pro­mo­zione della virtù e la pre­ven­zione del vizio (qual­cosa di molto simile a quello che l’Isis ha isti­tuito nelle zone sotto il suo controllo).

Eppure la Fran­cia, l’Occidente intero, tace sull’Arabia Sau­dita. Anche rispetto a temi come l’avversione alla rap­pre­sen­ta­zione della figura reli­giosa mas­sima dell’Islam, Mao­metto. Se faces­simo un passo indie­tro nella sto­ria dell’Islam e del suo rap­porto con le imma­gini (chi vuole appro­fon­dire la que­stione può leg­gere i saggi della sto­rica dell’arte Chri­stiane Gru­ber sull’evoluzione della rap­pre­sen­ta­zione di Mao­metto nei secoli) tro­ve­remmo diverse raf­fi­gu­ra­zioni del pro­feta in minia­ture e mano­scritti. La cor­rente real­mente ico­no­cla­sta è quella waha­bita, apparsa a par­tire dal XVIII secolo, la cui sorte è inti­ma­mente legata alla sto­ria dell’Arabia Sau­dita e al patto di ferro fra la dina­stia al-Saoud e Moha­med al-Wahab.

Per­ciò di quale Islam par­liamo quando par­liamo di Islam? Il lea­der di Hez­bol­lah,Has­san Nasral­lah, ha con­dan­nato pub­bli­ca­mente gli atti bar­bari di Parigi. Anche auto­rità reli­giose ira­niane come Ahmed Kha­tami (non il pre­si­dente rifor­mi­sta, come fa notare giu­sta­mente sul suo bel blog Anto­nello Sac­chetti), con­dan­nano l’attentato in Fran­cia e lo dis­so­ciano dall’Islam. Potremmo con­clu­dere allora che l’Islam sciita di Iran ed Hez­bol­lah è «migliore» di quello waha­bita e ultra­con­ser­va­tore dei waha­biti (e in più non ha nem­meno pro­blemi di ico­no­cla­stia, come si nota dalle soap opera ira­niane che ogni anno a Rama­dan rap­pre­sen­tano figure reli­giose isla­mi­che senza alcun problema).
Ma in realtà non di una guerra di Islam diversi, più o meno con­ser­va­tori, si tratta; ma di una guerra di con­trollo geo­po­li­tico della regione fra l’Iran e il Golfo arabo, in prima fila Ara­bia Sau­dita e Qatar.

Quando Nasral­lah con­danna il ter­ro­ri­smo a Parigi il mes­sag­gio va in realtà a Riad o a Washing­ton e alleati: col­pe­voli di soste­nere la bomba del jiha­di­smo sun­nita in Siria, ormai scap­pata loro di mano ed esplosa nel cuore dell’Europa.

Noi ne fac­ciamo una que­stione di attac­chi alla «libertà di espres­sione», ai «nostri» valori «europei».

Leggo i com­menti inor­ri­diti alle email del pro­dut­tore ese­cu­tivo di Al Jazeera English, Salah-aldin Khadr, che scrive ai suoi di stare attenti alla «logica bina­ria» che costrui­sce oppo­si­zioni fra il (sup­po­sto) valore euro­peo per eccel­lenza , la libertà di espres­sione, e l’Islam retro­grado. Gente scan­da­liz­zata per il ten­ta­tivo di una rete di pro­prietà araba di affos­sare la libertà dei suoi dipen­denti occidentali.

Non so quanti hanno capito che anche quei musul­mani che hanno ucciso altri musul­mani nell’attentato a Char­lie Hebdo erano in realtà euro­pei, fran­cesi, che hanno ucciso altri euro­pei, altri fran­cesi. Non so quanti hanno capito che non si tratta di difen­dere libertà e prin­cipi astratti, quando nel con­creto non esi­ste più un «noi» verso un «loro», in una fase in cui gli inte­ressi eco­no­mici e geo­po­li­tici fanno e disfano alleanze, in cui le eco­no­mie di un paese sono con­nesse a quelle di un altro (e tutte sot­to­mosse alla real­po­li­tik del capi­ta­li­smo finanziario).

Non sapevo quanti l’avessero capito, fino a quando ho visto la foto di una ragazza siriana che faceva capo­lino die­tro un car­tello con scritto «Je suis Char­lie». Si era fatta foto­gra­fare, da sola, nella piazza di un’Aleppo ormai fan­ta­sma, svuo­tata dalla gente ma con que­sta pic­cola donna siriana scesa per mani­fe­stare la sua soli­da­rietà. Ho ripo­stato la foto insieme alla mia disperazione.

E forse, per la prima volta da quando uso twit­ter, ho rice­vuto migliaia di mes­saggi di gente dal mondo intero, che diceva gra­zie a que­sta pic­cola siriana; ed espri­meva la sua, la nostra, ver­go­gna per essere tutti noi Char­lie ma non essere mai voluti essere quella Siria in cerca della sua libertà nelle piazze di una pri­ma­vera 2011 che le leggi della geo­po­li­tica e della finanza glo­bale hanno deciso di affossare.

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Revamping Syria’s creative resistance

These days, we don’t hear that much concerning Syrian civil society and its resilience. Yet, this is something we should care about and we should try to listen to Syrian voices from civil society that have been silenced by the polarization Syrian regime vs ISIS (Da’ash).
I’m proud to be part of a team of committed scholars, journalists and activists who are doing their best to deliver those silenced voices to the general public. Our common project, the web portal on Syrian civil society and emerging creativity  SyriaUntold,  has just been revamped. It has a new look, and contains new features and also a new section which highlights our recent partnership with Open Democracy  “Looking inside the uprising” .
This new section features articles on “collective memory”, “creative resistance”, “emerging media”, and “sectarianism”, a topic highly debated these days in the context of the Syrian uprising
The last article penned by our Mohamed Dibo , “Assad’s secular sectarianism”,  has been widely discussed, bringing a new perspective to a debate which is too often framed by Western media in a very polarized way, i.e. “Assad’s secularism” vs “sunni jihadism”.
We hope that, even such a small contribution as SyriaUntold is, can at least help shed light on issues and perspectives quite often forgotten in the international debate, or lost in the “black and white” frame applied to Syria these days.
We do our best to highlight the efforts and the incredible resilience of Syrian civil society, featuring its defiance and creative resistance.
Please visit the new website , follow SyriaUntold on Twitter and Facebook 
and subscribe to the weekly newsletter. 
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