Remembering the chemical attack in Ghouta

….one year has passed since a chemical attack was launched on “Ghouta”, in the outskirts of Damascus, the area which was once known as “the green belt”, “the oasis” of Damascus..

A Facebook group called Ghouta-we will never forget you and a number of other initiatives – such as a Global Day of solidarity with Syria and the Twitter campaign under the hashtag #breathingdeath – have been launched.

One year has passed, and people are still dying in Syria, with or without gas, with or without chemical attacks.

In this crazy summer, when the entire Middle East is burning, and Libya, Palestine, Iraq, so Arab many countries seem to be in a status of permanent unrest; when the “fight against terrorism” aka ISIS seems to have taken center stage -with none asking from where this terror has originated and why-, we won’t forget Ghouta.

Ghouta is constantly there to remind all of us that humanity has failed, once again…

 

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Posters from the Facebook group in solidarity with Ghouta

Graffiti from Mouaddamiyeh, Damascus

La sicurezza e il Teatro Valle in (un sogno di) una notte di mezz’estate…

In genere su questo blog parlo di mondo arabo, di media e Internet, e soprattutto in inglese.

Ma sento doveroso oggi parlare di Italia, di Roma, di occupazioni e beni comuni, e in italiano.

Dall’estate del 2011, poco dopo essere rientrata dai miei anni siriani, ho scoperto un gioiello al centro della mia città: il Teatro Valle, che era diventato dal giugno di quell’anno Teatro Valle Occupato grazie all’iniziativa di lavoratori dello spettacolo e attivisti. Sono stata immediatamente colpita da quell’energia, dalla forza di questa occupazione “atipica”: un teatro storico, al centro di Roma, in un quartiere ormai diventato parco giochi per ricchi e turisti..

Ho passato tutto il tempo che potevo, fra i miei viaggi mediorientali, a parlare con gli “occupanti”, ho scritto su di loro un paio di articoli qui e qui per Al Jazeera English, ho frequentato gli spettacoli, i workshop, i commons caffè, e ho avuto anche la fortuna di poter realizzare dei laboratori e degli eventi al Valle Occupato.

Ho visto centinaia di occupazioni in America, da Occupy Wall Street a Occupy DC, in altri paesi europei. Niente mi è sembrato così vitale e innovativo come il Valle Occupato, nel suo tentativo di trasformare un’occupazione di un luogo fisico nell’occupazione di luoghi molteplici della creatività, nella sperimentazione di linguaggi e forme di partecipazione, nello studio di letterature finora poco esplorate in Italia come tutta la tradizione giuridica dei Commons.

In questi giorni il Comune di Roma, risvegliatosi dal suo torpore, anche grazie alle sollecitazioni degli “occupanti” -che hanno dato vita a un’esperimento inedito in Italia e forse nel mondo, trasformare un’occupazione in una Fondazione con 5600 soci e un capitale raccolto tramite donazioni spontanee per un totale di oltre 150.000 euro – i quali chiedono una legittimazione di quest’esperienza e un nuovo modo, partecipato, di gestire la programmazione culturale in città, ha dato l’ultimatum. Entro il 31 luglio gli “occupanti” se ne devono andare, il teatro ha bisogno di lavori urgenti e restando lo metterebbero in pericolo.

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Il Teatro Valle ieri durante l’assemblea generale, foto ValleOccupato

Quello che mi disturba in questa faccenda non è tanto la scusa banale dei lavori – parlare di lavori urgenti in estate inoltrata in una città come Roma dove la metro C langue da anni, e il Teatro India pure , è di un’amarezza paradossale – ma il fatto che mettendo la discussione su questo piano si instaura un dialogo sbilanciato, che non riconosce tre anni di esperienze innovative e non dà alcun credito a quei 5600 soci, ai premi internazionali, agli articoli, alle petizioni, al sostegno del quartiere. Si dice agli “occupanti”, come se fossero dei “regazzini”: mo ve dovete leva’ de mezzo. Si sposta il dibattito sulla questione dello spazio fisico, e gli argomenti pro e contro vengono formulati sul grande parametro della “sicurezza”, il grande abbaglio della sinistra italiana postveltroniana. Perciò, gli “occupanti” se non escono mettono in pericolo, mettono a repentaglio la sicurezza. E tutta l’esperienza di questi anni viene ridotta a una mera questione di lavori di ristrutturazione.

Gli “occupanti” non hanno chiuso le porte al dialogo, anzi hanno dato disponibilità ad andarsene, con una serie di condizioni, nella “notte dei desideri”, il 10 agosto prossimo. Ieri un’assemblea gremita di gente in un caldo pomeriggio agostano ha consigliato agli occupanti di resistere, di non mollare, con varie argomentazioni.

Personalmente, la mia é che una trattativa va fatta fra pari, le parti devono riconoscersi pari dignità, il che vuol dire che il Comune deve riconoscere al Teatro Valle di non essere più un’occupazione ma una Fondazione. La Fondazione Valle Bene Comune, che il prefetto non riconosce per un cavillo giuridico legato alla sede legale della stessa, deve essere riconosciuta in sede politica adesso, urgentemente, e prima che si parli di qualsiasi appuntamento per la ristrutturazione del teatro.

E se la politica non vuole riconoscere un movimento di cittadinanza, se la politica si ostina a porre la questione in termini di “sicurezza”, allora io penso che si debba anche prendere la responsabilità dello sgombero violento, al centro di Roma. Il Comune faccia vedere che usa le maniere forti, invece di nascondersi dietro alla scusa della “sicurezza”. Si prenda la responsabilità di sgomberare un’esperienza cittadina riconosciuta, ammirata, premiata, che ha offerto laboratori, spettacoli, formazione, per tre anni di seguito senza mai chiudere.

L’assessore alla cultura non twitterà allora una cosa come quella di qualche giorno fa:

Quello che speravo: ! La nostra proposta fa voltare pagina

Il Comune spera di uscirne con le mani e la faccia pulita, pubblicamente. Come un mediatore che propone un’opportunità agli “occupanti”, una via d’uscita dignitosa.

Invece, si prenda le responsabilità di uno sgombero brutto e cattivo, se è questo che vuole, senza tweet concilianti.

Oppure apra una trattativa vera, fra pari, con un calendario serio di lavori, per tappe, per appuntamenti, con una commissione di garanti del processo, super partes. Non questo ridicolo tour de force agostano, non con l’argomento dei lavori di ristrutturazione.

Questa città e le sue energie creative si meritano tanto, ma tanto di più.

A year of waiting/Un anno di attesa

E’ passato un anno (e un giorno) da quel 29 luglio 2013 quando il nostro Paolo Dall’Oglio si è volontariamente consegnato alle milizie dell’ISIS a Raqqa per tentare una negoziazione dalla quale non è mai tornato.

In quest’anno abbiamo scritto, sollevato domande, dibattuto, mai smesso di sperare, ma nessuna notizia è arrivata sulla sorte del nostro Abuna.

Ieri la famiglia ha deciso di rilasciare un comunicato stampa e un video che posto qui di seguito:

“E’ oramai passato un anno da che non si hanno più notizie di nostro figlio e fratello Paolo, sacerdote, gesuita, italiano, scomparso in Siria il 29 luglio 2013. Tanto, troppo tempo anche per un luogo di guerra e sofferenza infinita come
la Siria. Chiediamo ai responsabili  della scomparsa di un uomo buono, di un uomo di  fede, di un uomo di pace, di avere la dignità di farci sapere della sua sorte.Vorremo riabbracciarlo ma siamo anche pronti a piangerlo.”

It has been a year (and one day) since that 29 July 2013 when our Father Dall’Oglio disappeared in Raqqa, Syria, kidnapped by Isis while trying to negotiate with the group.

During the past year we have been writing articles, raising questions, debating, and we’ve never stopped hoping to see him back. Yet, we have got no news concerning Abuna’s fate.

Yesterday his family released a press release and a video appeal which I’m posting here below:

“One year has already passed since we last knew of our son and brother Paolo, priest, Jesuit, Italian, who disappeared in Syria on July 29th 2013. This has also been a long time, too long, for a land ravaged by war and
infinite suffering like Syria. We ask those responsible for the disappearance of a good man, a man of faith,
a man of peace, to have the dignity to let us know of his fate. We would like to once again hold him in our arms, however we are also prepared to mourn him.”

Syria Untold at Ars Electronica

Syria Untold, the web aggregator on Syria`s creative resistance, has just been awarded by the prestigious Ars Electronica festival with the honorary mention in the digital communities category.
This is a very important award in the domain of digital arts and creativity, and it`s an acknowledgment of the hard work that the Syria Untold team has been doing since the beginning of our journey in 2012.

I`m extremely happy and proud to be one of the co-founder of this project which is run on a daily basis by a team of talented and brave Syrians who work very hard to collect stories of creative resistance inside the country.
Above all, I am humbled by those Syrians who are still defiant and continue working on creative resistance against all odds.  This award symbolically goes to them.

Syria Untold focuses on this very aspect of the Syrian uprising which is often forgotten by mainstream media. For those who would like to stay updated on the topic, you are welcome to join the Syria Untold weekly newsletter by clicking “Subscribe” on the top left side of the screen here http://us3.campaign-archive1.com/?u=0956443ee9d6593ea29f2aa57&id=7e6c89ea10

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Syria: elections in defiance

Tomorrow is Syria`s election day.

Bashar al-Asad has launched his “Sawa” (together) campaign with a strong online presence both on Facebook and on Twitter ,

 

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(Pics from Sawa Facebook page)

and also on YouTube, where many famous Syrian actors such as Bab al hara`s hero “Mootaz” aka Wael al-Sharq and Syrian movie and musalsalat star Dureid Laham have encouraged people to go vote

-Intakhab, Vote, is the slogan of another (pro-Assad) campaign called Suriya Tantakhib-.

 

Activists have immediately reacted, using creativity and dark humor to highlight the absurdity of these elections happening while millions of civilians are displaced, bombed, and forced to starve.

Here you are some of the most interesting artwork and parodies created by Syrian artists and activists.

From SyriaUntold:

Syrian elections and parallel realities

Syrian dark humor and the elections

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Intakhab (Vote) artwork by Wissam al Jazairy remixed by SyriaUntold

From Wissam al Jazairy`s Facebook page:

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Elections, by Wissam al Jazairy

Lots of creative works and parodies on elections can be found on Dawlaty:

 

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Picture from Dawlaty Facebook page

 

Other popular anti-elections anti-Asad Facebook pages are Blood Elections (Intikhabat al-damm), Sawa Crimes, and For Humanity Only.

Hilarious video parodies of the Syrian actors encouraging people to vote can be found here and here and here.

 

 

 

 

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The Palestinian Museum: Images, in spite of all

A project worth attention:

“The Palestinian Museum”

 

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“In order to know, we must imagine for ourselves…let us not invoke the unimaginable.”

 

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“Let us not shelter ourselves by saying that we cannot, that we could not by any means, imagine it to the very end. We are obliged to that oppressive imaginable” .

 

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“Images in spite of all: in spite of our own inability to look at them as they deserve; in spite of our own world, full, almost choked, with immaginary commodities”.

(Georges Didi-Huberman, Images in spite of all,  English edition 2008)