Jasad, il sesso patinato sbarca nel mondo arabo

Ripubblichiamo l’articolo di Lorenzo Trombetta apparso su Limes che parla dell’interessante caso di Jasad, una rivista libanese piuttosto particolare…

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Erotismo: Jasad, una rivista contro l’oscurantismo

di Lorenzo Trombetta

Il secondo numero del discusso trimestrale ‘Corpo’ è diffuso in tutto il mondo arabo ma nasce in Libano, paese in cui si gode maggior libertà di altri della regione. Una libertà però limitata. —–

Basta guardare la copertina per capire che non si tratta della solita rivista patinata araba: le scritte sono sì in arabo, ma la foto – una foto decorata di due mani di donna che coprono il pube, visibile l’ombelico – contrasta con l’idea di “oscurantismo” che in Europa e Nordamerica si ha del mondo arabo-islamico. Si chiama ‘Jasad’ (“corpo” in arabo) e si autodefinisce come “rivista culturale periodica specializzata nella letteratura, le scienze e le arti del corpo”. A sfogliarla si è sorpresi nel vedere tante riproduzioni di stampe e foto di nudi, falli delle più disparate fogge, seni e pubi femminili. A leggere l’indice del secondo numero (marzo 2009) si capisce il motivo del perché di tanti glandi patinati: il “dossier erotico” del volume (in tutto quasi 200 pagine) è proprio dedicato al pene, inquadrato da vari punti di vista descritti nei numerosi articoli di intellettuali, giornalisti, studiosi arabi. “I collaboratori sono tutti arabi e non devono firmarsi con pseudonimi. Queste sono le condizioni per scrivere su Jasad”, spiega Joumana Haddad, fondatrice, editrice, direttrice, grafica e redattrice unica della rivista apparsa per la prima volta nelle edicole libanesi lo scorso dicembre. Poetessa da quando aveva 12 anni, autrice della raccolta poetica in italiano ‘Adrenalina’ (Leone, Roma, 2009), la Haddad ha al suo attivo già sei libri di poesia tradotti in numerose lingue. Ha tradotto in arabo Cesare Pavese e sta lavorando alla compilazione di un’antologia, sempre in arabo, dei poeti italiani contemporanei. Giornalista, responsabile delle pagine culturali del principale quotidiano libanese an-Nahar, la trentottenne creatrice di Jasad ha due lauree, un dottorato in corso sul Marchese De Sade, e conosce arabo, francese, inglese, armeno, italiano (da autodidatta), tedesco e spagnolo. La sua rivista, tutta in arabo, è una scommessa: “Avrei potuto scegliere di farla in francese, ma ciò che è accettabile nelle lingue europee non lo è in arabo. La scommessa – afferma la Haddad – è proprio quella di far riscoprire l’antica eredità di questa lingua, usata in passato per scrivere testi che oggi farebbero arrossire il pubblico più smaliziato”. Diffusa con 4.000 copie (il primo numero, 3.000 esemplari, si è esaurito in 10 giorni), Jasad è venduta nelle edicole e nelle librerie libanesi come le altre riviste di “contenuto esplicito” (in una busta che cela l’immagine della copertina), e ha già molti abbonati nel mondo arabo e persino nella conservatrice Arabia Saudita. “Sono donne e uomini sauditi. La rivista è vietata nel Regno, ma la spediamo agli abbonati per corriere internazionale e i nostri lettori sono pronti a rischiare di esser segnalati alle autorità pur di saperne di più su temi cari a tutti”. Il “dossier erotico” del primo numero era sul “feticismo del piede”, mentre quello “sociale” affrontava il tema dell’omosessualità, tema considerato ancor più tabù nelle società arabo-islamiche di quanto non lo sia in Italia. Il “dossier sociale” nel secondo numero s’è fuso con quello “anti-estetico” e ha dato vita a una sezione tutta dedicata alla violenza coniugale, dove emerge – con tanto di foto – che anche gli uomini possono esser vittime delle percosse fisiche delle proprie mogli. La rivista offre numerose pagine di recensioni di libri, film, mostre, oltre a interviste che altrove sarebbero definite “choc”: un pittore è chiamato a rispondere a domande sulla masturbazione, mentre una nota scrittrice è invitata a raccontare la sua “prima volta”. Tutto ciò non poteva accadere se non in Libano, non a caso definito da più parti “un’isola di libertà nel mondo arabo-islamico oscurantista”. E se è pur vero che nel Paese dei Cedri la “libertà” viene a volte confusa da osservatori stranieri con l’assenza dello Stato, non c’è dubbio che, rispetto a realtà arabe, in Libano si respira un’atmosfera di maggior libertà culturale e politica. Lo dimostra il fatto che Beirut è stata per decenni, e in parte continua a essere anche oggi, un rifugio per i “dissidenti” di altri Paesi arabi, che trovano nella capitale libanese protezione, sostegno alla propria causa, platee per proclami, liberi forum di discussione. I cafés della centrale via Hamra sono stati per decenni il simbolo di questa libertà, un’isola nell’isola. Eppure, la libertà di cui gode il popolo libanese rimane del tutto relativa: ci sono infatti alcuni temi sui quali l’apparato statale della censura interviene in modo assai severo. Tra questi, la “memoria della guerra civile”, il “sesso” e “Israele” sono i soggetti più bersagliati dalla scure della Sicurezza generale, l’istituzione militare incaricata, tra l’altro, di censurare film e rappresentazioni teatrali in modo preventivo, e di fare altrettanto, ma a posteriori, per quanto riguarda libri e pubblicazioni di vario genere. Accade così che il nudo del premio Oscar Kate Winslet nell’ultimo film “The Reader” venga mostrato solo in parte, e che alcune scene più esplicite della sua relazione col giovane protagonista vengano tagliate non solo a danno del piacere dello sguardo, ma anche a scapito della coerenza della trama. In Libano accade anche che la distribuzione nei cinemadell’animazione “Waltz With Bashir” del regista israeliano Ari Folman venga proibita anche se il tema centrale del cartone animato, vincitore del Golden Globe 2009, sia proprio il Libano e un episodio cruciale della guerra civile libanese (1975-90), alla quale partecipò anche l’esercito israeliano. Ogni prodotto israeliano – sia esso commerciale, culturale, alimentare – non può essere distribuito in Libano, Paese in guerra con lo Stato ebraico da sessant’anni. Eppure al primo piano del ‘Virgin Mega-Store’ di Piazza dei Martiri a Beirut per mesi è rimasta esposta sullo scaffale “novità” la biografia dell’ex premier israeliano Ariel Sharon (ma pubblicata da un’edizione europea!), che da ministro della difesa svolse un ruolo di primo piano negli eventi raccontati nell’animazione di Folman. “Arik” dalla culla al coma si può leggere, mentre non si può vedere nei cinema di Beirut “Waltz con Bashir”, che avrebbe potuto innescare l’avvio dell’indispensabile, quanto da anni volutamente evitato, dibattito sulla memoria e sulle responsabilità della guerra fratricida. La copia pirata in formato Dvd del cartone animato è però reperibile nel mercato nero di Beirut e un dibattito seppur “clandestino” si è comunque acceso in alcuni circoli locali, formati però purtroppo solo da quell’élite pensante destinata a rimanere un’afona minoranza. La stessa che è tuttavia riuscita ad assistere, l’anno scorso, al dramma teatrale “Come Nancy avrebbe preferito che tutto questo fosse solo un pesce d’aprile”, col quale il giovane regista Rabih Mroue ha denunciato la permanenza nella società libanese delle barriere culturali e ideologiche eredità della guerra civile (1975-90). La pièce è andata in scena in un teatro di Beirut soltanto dopo un lungo braccio di ferro tra la Sicurezza generale e l’allora ministro della cultura Tareq Mitri. Mitri è oggi ministro dell’informazione ed è tra i principali sostenitori di una modifica alla legge sulla censura (che risale ai primi anni ’60). A tal proposito, Mitri ha presentato una proposta di emendamento che però, secondo lui stesso, “non ha alcuna possibilità di diventare legge”. Il perché è presto detto: i leader libanesi, e con loro le massime autorità religiose, in contrasto tra loro sui modelli culturali da seguire, si trovano tutti d’accordo su un punto: la massa, la gente, l’elettorato, il “popolo” devono rimanere ignoranti, represse, senza memoria. Solo così continueranno a essere manipolabili con la facilità di sempre. Da qui il mantra che in pochi osano contraddire: proibire la liberalizzazione dei costumi (censurare ogni aspetto legato alla sessualità), non svelare le sfaccettature culturali del “nemico” (proibire i prodotti culturali “Made in Israel”), evitare che l’amnistia-amnesia post-guerra civile lasci lo spazio a dibattiti sul passato e a scomode attribuzioni di responsabilità. Gli ex signori della guerra, oggi “rispettabili” leader politico-istituzionali in giacca e cravatta, rischierebbero di veder la propria autorità messa in discussione. Molti di loro potrebbero anche finire in ipotetiche prigioni per crimini di guerra e contro l’umanità. I patriarchi, i vescovi, i gran mufti, gli shaykh che guidano le diverse comunità rischierebbero dal canto loro di perdere la loro funzione di “pastori” e protettori della moralità. E chi basa la propria legittimità politica anche sulla retorica della “guerra difensiva contro il nemico” israeliano – descritto come un orrendo e bestiale Leviatano senza pietà fatto esseri immondi assetati di sangue – non può certo permettere che il libanese medio metta in dubbio questo stereotipo. Magari guardando un film proprio di un israeliano, ex soldato nella guerra del 1982 (Ari Folman appunto), che non inneggia alla guerra santa contro gli arabi, ma fa autocritica e mette addirittura sotto accusa chi lo mandò a uccidere libanesi e palestinesi oltre il confine nord. L’uscita nelle edicole della rivista ‘Jasad’ non ha comunque finora creato agitazione da parte delle autorità religiose o politiche. La censura a posteriori della Sicurezza generale non si è mossa. Solitamente si attiva solo su segnalazioni ad hoc da parte degli “istituti di controllo morale” delle varie comunità confessionali. Qualcuno ha tentato di protestare e di chiedere invano alle autorità di vietare la diffusione della rivista. “Io non impongo a nessuno di leggere Jasad”, afferma la Haddad. “Come nessuno deve impormi di non pubblicarla. Rispetto la legge diffondendo le copie nelle buste anti-contenuto esplicito, ma non voglio farmi umiliare”. Perché “è umiliante – sostiene la giornalista libanese – che nei nostri Paesi le autorità trattino la gente come dei bambini, a cui si dice cosa possono e cosa non possono leggere. Come se fossimo dei minorati, incapaci di farci un’idea con i nostri strumenti”. http://temi.repubblica.it/limes/erotismo-jasad-una-rivista-contro-loscurantismo/3641 —–

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