Un pensiero per te Abuna, e per la Siria

E` un mese che Paolo dall`Oglio, “Abuna” come lo conosciamo noi, e` “scomparso” in Siria. Aveva una missione difficile, difficilissima, di quelle che solo una persona come lui, un sognatore, un lottatore, hanno il coraggio di portare avanti..e lui ha rischiato tutto pur di perseguirla. Non abbiamo notizie di te, Abuna, non sappiamo dove sei ne` chi sia a tenerti ostaggio e di cosa e a quale prezzo..ma sappiamo che, ovunque tu sia, in queste ore stai pregando per il “tuo” paese, per il “nostro” paese, la Siria, e per il destino dei siriani. Ti abbiamo scritto poche parole, ma con tanto affetto, e fiduciosi che tornerai da noi, come la Siria tornera`, libera, ai siriani….

 

Caro Paolo,

siamo fisicamente lontani dalla terra dove si svolge la tua missione, una missione umanitaria e di pace nella verità e nella testimonianza, per impedire che la lotta per la dignità umana, la libertà e la democrazia contro il regime siriano si sgretoli in lotte fratricide, etniche o irriguardose dell’uomo. La tua scelta di coraggio e dedizione è un servizio reso anche a noi, del quale ti ringraziamo, partecipi. Chi ha varcato i confini è sempre entrato in una terra incognita: a noi interessa solo dirti che non lo hai fatto da solo ma con tutti quelli che come te attendono “il giorno in cui Siria sarà sinonimo di resurrezione”. Sono le parole con cui concludi il tuo ultimo libro, e con le quali hai aperto quello che stai scrivendo.
Con affetto, alcuni dei tuoi amici giornalisti,

Alberto Bobbio, Rosario Carello, Riccardo Cristiano, Maurizio Di Schino, Donatella Della Ratta, Camille Eid, Shadi Fahle, Stefano Femminis, Luca Geronico, Maria Gianniti, Shady Hamadi, Salvatore Mazza, Corradino Mineo, Ruggero Po, Amedeo Ricucci, Alberto Savioli, Lorenzo Trombetta, Gianni Valente, Eva Ziedan

 

La lettera e` stata oggi pubblicata su vari siti e blog, fra cui SiriaLibano, Famiglia Cristiana, Avvenire, il Mondo di Annibale, Il Fatto quotidiano.

Syria: intervention yes, intervention no

These days, especially after the atrocious chemical attack on Damascus` suburbs, my online and offline friends keep asking me: what do you think about a US-led coalition intervening in Syria? Many of these folks agree that this regime should be put to an end, even by the use of force. Others reject the idea that American imperialism could strike again in the Region. Others simply dont have an opinion, and they ask us “experts” what they should think about it.

Let me first tell you that on this very matter I`m not an expert. I`m a media analyst, not a policy maker, not an expert in international relations. I can`t help thinking about Damascus, “my” Damascus, being bombed by the Americans. It`s such a terrible image. Nobody among us who has lived in Syria, got to know this beautiful country and its people would probably be at ease with the idea of foreign bombs, especially American bombs, being thrown there. We know how much Syrians love their country and how much they want to protect it from any intervention whatsoever.

Yet, many Syrians, many of my Syrian friends — and I have friends in different cities, with different religious and social backgrounds — want the American bombs to put an end to this regime. Or, at least, they wanted this to happen a year ago. Now what they tell me is:

“let us die. We got it, the international community doesnt care about us, about us being killed by our own government, so let us die in silence”.

I dont know whether we should agree with intervention or not. I dont have a black or white answer to this.

What I know is that the “international community” or, better said, politicians who count in the Western world, should have been more creative, far more creative, years ago, and work out a better solution than the usual “ok, there`s nothing left to do, let`s go there and bomb trying to have as few casualties as possible”. These politicians who earn the hell of a lot of money should have worked out something, something better than hosting the “Friends of Syria” meetings in nice hotels and give those Syrians a luxury lifestyle in a European capital for a couple of days. They could have done a better job with the opposition, they could have trained a political opposition. They did not. They spoiled them giving them good money, cars, offices, whatever the promise of a Western “dreamy” lifestyle unfolds. So many mistakes have been made by the political opposition and we are to blame. We could have done a better job, had we really wanted to.

 

But, what I also know is that this regime is criminal. This regime has been lying to its citizens for decades. They lied when the protests started, and they could have saved the country, so why shouldnt they not lie now? When I`m asked whether is the regime or the opposition who perpetrated the chemical attack on 20 August, I say: I dont know who did it, we cannot verify. But, had the regime been innocent it would have allowed observers immediately. They didnt. As much as they didnt allow independent journalists in the country when the protests first started, cause this way people would have seen peaceful protesters being fired at. They allowed reporters only when the demonstrations eventually turned into fights, when the Syrian Free Army was formed, when the violent element was finally there and visible, as the regime had wished from the get go. This regime knows how to play the game, and the media game, too. It has been in power for decades. Few days after the first protest broke out in Damascus — a small, peaceful one — the regime had already put advertising posters everywhere in town where the word “sectarianism” was repeated and repeated and repeated. Then the TV brainwash started, until the sectarian issue finally turned into a reality on the ground as the regime had wished.

Yes, I dont trust this regime, its promises to allow independent investigations, to start a dialogue, to promote reforms. We have been hearing  these words for years with no result. And this can go on forever.

Yet, I cannot help thinking about “my” Damascus being bombed. In my city, Rome, I can still see the signs of the American bombings during World World II. They bombed us to liberate us from fascism. There were casualties and it took them a lot of time and of human lives to set our country free. Had the Americans not  bombed our country, we  dont know what the consequences of this decision would have been. Maybe the internal resistance, our partisans, would have liberated the country anyway. Maybe not. Maybe fascism could have won. I dont know and I`m asking myself in these hours, what would my country be now, had the Americans not bombed it? But, well, this was decades and decades ago..times were different..America was different..the world was different…and I`m afraid the US does not have a Marshall Plan ready for the Syrians, at least not in the “nice” way they had for us Italians..

 

 

 

Il nostro Ferragosto davanti al sangue che arrossa il Mediterraneo..

Questo articolo di Riccardo Cristiano per Paolo dall`Oglio, il nostro monaco gesuita, “abuna”, sparito in Siria oltre due settimane fa, mi ha commosso. Voglio ripubblicarlo non per guastare il Ferragosto a chi legge questo blog in italiano, ma perche`, come dice Riccardo, siamo noi ad essere morti se non ci ricordiamo quello che sta accadendo a pochi passi da noi, sull`altra sponda del Mediterraneo.

Abuna non ha mai dimenticato la Siria, non ha mai smesso di lottare per difendere le ragioni del popolo siriano in rivolta. Ha fatto piu lui per il dialogo interreligioso di mille convegni, simposi, programmi, workshop. Lui lo faceva per davvero il dialogo, era la sua vita. Anzi, e` la sua vita.

In questo momento in cui corrono incessanti voci sulla sua morte, io preferisco ascoltare le parole di Riccardo Cristiano: “Tu invece sei lì, vivo, ad avvicinare il giorno in cui Siria sarà sinonimo di resurrezione”.

Per me Paolo e` e sara` sempre queste sue parole di amore per la Siria, quando registro` questo video per spiegare perche` voleva restare nel “suo” paese…

Caso Dall’Oglio: chi è morto?

Il tuo caso, monaco gesuita rientrato in Siria per cercare una via d’uscita allo scontro inter etnico, che alcuni perseguono, pone un problema: chi è morto davvero?

giovedì 15 agosto 2013 11:41

di Riccardo Cristiano

Sai Paolo,
mentre alcuni parlano di te non per quel che ti ha obbligato a rientrare in Siria, la pulizia etnica, i bombardamenti a tappeto di interi quartieri e villaggi, e il terrorismo che questi inauditi crimini contro l’umanità hanno di conseguenza prodotto, io per parlarti sono dovuto andarmi a riprendere un libro che ho letto quasi mezzo secolo fa, “L’uomo in rivolta”, di Albet Camus. Quanto lo criticarono Sartre e gli altri “ortodossi” al povero Camus, per aver scritto questo capolavoro. Quasi quanto certuni, che si ritengono ortodossi anche loro, criticano o hanno criticato te, la tua scelta di essere in compagnia di Gesù e del tuo amato popolo siriano.

Ho ben presente come nella vostra “letteratura” sovente si dica, si scriva, si affermi che la fede nasce da un “sì”, sì a Gesù ovviamente. Camus comincia il suo libro dicendo che l’uomo in rivolta scaturisce da un “no”: il no dello schiavo alla schiavitù, alle condizioni in cui il padrone lo tiene. Poi, dalla rivolta fisica, si è passati a quella metafisica, e così il “no” per molti uomini in rivolta è diventato no a Dio.

Ti ho sempre pensato uomo del “sì” e quindi uomo di quel primo “no”, “uomo in rivolta fisica”, perché il cuore dell’uomo in rivolta è inevitabilmente rivolto verso Dio. E’ lo stesso Camus che mi ha confermato in questa convinzione, quando dice che senza cristianesimo non poteva esserci “rivolta”, neanche quella “metafisica”, visto che già Lucrezio spiegava che le divinità sono “estranee alle nostre faccende dalle quali sono affatto distaccati”. Di rivolta metafisica non si sarebbe mai parlato con loro, solo il cristianesimo la poteva causare; la rivolta contro il Dio con un cuore di carne, quello che Camus chiama “un dio personale, al quale la rivolta può domandare personalmente dei conti.”

Ogni pagina di Camus mi parla di te, e in questi giorni mi ha aiutato a dialogare con te nel persistente silenzio. Vive straziato tra la rabbia e la ragione, l’uomo in rivolta di Camus, un curioso riferimento al titolo del tuo ultimo libro, “La rabbia e la luce”, un riferimento che mezzo secolo fa, quando l’avevo letto, non avevo potuto cogliere.

La morte è la grande protagonista dell’opera di Camus, insieme all’ingiustizia. Proprio come nel caso del tuo amore disperato per la rivoluzione siriana. E le tue ultime scelte, compresa la grande missione di pace nella quale sei impegnato, nascono dal “sì”, il sì a Gesù, e il no dell’uomo in rivolta, non certo quella metafisica, ma quella fisica, quella contro la schiavitù da parte dello schiavo. Così, carissimo padre Paolo, sj, mi è venuto spontaneo domandarmi in queste ore difficili: chi è morto? Qualcuno lo dice di te, io invece mi chiedo se non siamo morti noi.

Noi che neanche davanti al tuo silenzio ci chiediamo “possiamo vivere a pochi passi da un genocidio”? Possiamo vivere in braghe da spiaggia davanti al sangue che arrossa il Mediterraneo? Sembra di sì, indifferenti anche al no “che tu hai gridato” scegliendo la rivolta disarmata, per portare un barlume di fede e di speranza dove si è fatto scempio dell’uomo. Barlume che a noi non riguarda.
I tremila bambini torturati e seviziati, le violenze sessuali su detenuti e detenute,cosa ci dicono? In Siria per noi sono un accidente della storia, forse una balla, o un evento “inevitabile”. Dal fronte che ti è avverso si è arrivati parlare della tua missione come una “pagliacciata propagandistica”. Che pena. Che sofferenza.Posso dire che “rabbia”, Paolo?

Si, padre Paolo carissimo, si parla di te, ma a essere morti siamo noi, tu no. Tu hai portato la ragione e la fede nella rivolta dell’uomo contro chi lo deturpa, contro un’ingiustizia perpetrata dal mondo da due anni ai danni di un popolo che ha detto “no”, ma non un “no” metafisico, un “no fisico, umano”, un no pieno di amore per la libertà, la dignità e il rispetto, che a te apparirà certamente figlio della legge d’Abramo.

Nel tuo ultimo libro ci hai detto che, in occasione del tuo precedente viaggio clandestino in Siria, da dove il regime della famiglia carnefice di Assad ti aveva espulso, avevi avvertito l’esigenza di scrivere testamento. Un lusso che molti siriani non si potevano permettere. Non ti saresti comportato da irresponsabile, assicuri in quel libro, ma avvertivi il bisogno di andare a pregare sulle fosse comuni in riva all’Oronte, dove la furia assassina dei pianificatori della pulizia etnica aveva calato l’asso della furia devastante e disumana. Lì dovevi raccoglierti in preghiera. Perché, sebbene non avresti fatto azioni irresponsabili, non avresti neanche accettato di vivere senza verità e testimonianza. Noi invece lo accettammo allora e lo accettiamo oggi, pronti a tacere, con gli occhi bendati, mentre festeggiamo Ferragosto. Incapaci anche di pensare che agosto potrebbe essere il mese della “testimonianza”, con te”, per la dignità dell’uomo.
Tu invece sei lì, vivo, ad avvicinare il giorno in cui Siria sarà sinonimo di resurrezione. Grazie. Grazie ancora una volta. E’ un grazie di cuore, commosso.

Dall’Egitto alla Siria: l’ultima stagione delle soap arabe

Dopo un periodo offline per le vacanze, provero` a scrivere di piu su questo Ramadan 2013 e su alcuni degli argomenti piu` importanti che riguardano i cambiamenti nei media arabi.

Intanto ripubblico qui un mio pezzo sulle musalsalat di Egitto e Siria uscito recentemente su Arab Media Report:

 

“Guardare soap opera durante il mese di Ramadan è haram, una pratica illecita che va contro la legge islamica.” Con queste parole, citate da Arab news il 17 luglio, Ali al-Hakmi, membro del consiglio superiore degli ulema in Arabia Saudita, ha condannato la profana tradizione che accompagna e scandisce il mese sacro del digiuno islamico: guardare le musalsalat, soap-opera in trenta puntate trasmesse quotidianamente durante Ramadan.

Dal principio dello scorso decennio, anno del boom della televisione satellitare in lingua araba – oggi si contano oltre seicento canali free-to-air trasmessi in tutto il mondo arabo e verso la diaspora – la commercializzazione di Ramadan è un fenomeno in continua ascesa.

È durante il mese sacro per l’Islam che si concentra oltre il 50 percento della spesa pubblicitaria sui media arabi: cibo, prodotti per la casa, analcolici e, negli ultimi anni, operatori telefonici e compagnie hi-tech fanno a gara per sponsorizzare i programmi televisivi che le emittenti satellitari trasmettono dopo l’iftar, il pasto di rottura del digiuno. Nella dieta televisiva di Ramadan le musalsalat occupano un posto speciale: ne sono diventate il prodotto di punta per eccellenza, sia per il formato dei trenta episodi che si presta alla durata di Ramadan, sia per la loro capacità di ritrarre personaggi, storie, situazioni locali.  

A parte il boom delle soap-opera turche, esploso negli ultimi anni dopo l’incredibile successo di Nour, feuilletton doppiato in dialetto siriano, e che solo di recente ha interessato Ramadan – qualche anno fa sarebbe stato impensabile programmare nel mese sacro questemusalsalat, molto più rilassate di quelle arabe nel riprodurre sullo schermo argomenti come l’alcol e il sesso – le musalsalat sono al cento per cento scritte e prodotte nella regione. Per anni sono state la via privilegiata attraverso cui i regimi arabi indicavano le modalità e i confini della discussione pubblica di argomenti tabù come l`estremismo religioso, i rapporti fra le minoranze, il terrorismo, le questioni di genere. Questi non potevano  trovare spazio nelle news o nei programmi di attualità, ma nell’universo mitigato della fiction venivano proposti alla cittadinanza per “educarla” a pensare in un certo modo la religione, il sesso, la patria.

Questa impostazione non sembra essere del tutto scomparsa nella stagione del “post” rivoluzioni arabe, sebbene siano stati destituiti molti di quei regimi – primo fra tutti l’Egitto dell’ex presidente Hosni Mubarak-  che orchestravano la propaganda mediatica, facendola sottilmente passare anche dentro le trame e i personaggi dei melodrammi televisivi.. Un esempio per tutti è l’egiziano Al-Da`ya (Il predicatore), storia di un predicatore televisivo – interpretato dall’attore Hani Salama che ha un passato con il cineasta Youssef Chahine – di vedute ultra-conservatrici che lo spingono a bollare la musica e la recitazione come praticheharam. Un attacco diretto contro la proliferazione di canali satellitari religiosi ultraconservatori, esplosi negli ultimi anni in Egitto e nella regione. Non solo, Al-Da`ya è anche una critica aperta ai Fratelli Musulmani da parte di un’élite di produttori di fiction che trovava nel presunto laicismo dello Stato una sintonia con i precedenti regimi e che, nell’anno segnato dalla presidenza di Mohammed Morsi – il presidente deposto dai militari il 3 luglio –  si è sentita minacciata di perdere la  capacità di affrontare questi temi liberamente.

In realtà, in un Egitto dominato da una classe di professionisti dei media imbevuta dell’ideologia modernista e “laica” di nasseriana memoria – e profondamente anti-Fratellanza – la critica all’Islam politico non è una novità di questo Ramadan 2013, ma una pratica che si inscrive nella tradizione delle musalsalat egiziane. Sin dagli anni ’80, la celebre soap operaAl-Aylah (La Famiglia) aveva affrontato il tema dell’estremismo religioso, del terrorismo e degli attacchi al regime “laico” portati avanti dalla Fratellanza in Egitto. Tre anni fa, la televisione di stato egiziana trasmetteva, proprio a Ramadan, la hit Al-Gama’a (Il gruppo), la storia del fondatore dei Fratelli Musulmani, Hassan al-Banna.

Questo Ramadan conferma dunque una certa tendenza delle soap egiziane nell’attaccare l’Islam politico.  Le musalsalat celebrative della rivoluzione del 2011 sembrano scomparse dagli schermi. Sono invece presenti le commedie e i melodrammi, prodotti per cui gli egiziani eccellono nel mondo arabo e che  tradizionalmente abitano i prime time delle reti satellitari panarabe più seguite, come Dubai Tn e MBC, sebbene il numero totale delle produzioni egiziane di Ramadan sia crollato dalle 65 musalsalat dello scorso anno a meno di 30 in questo 2013.

La sorpresa, almeno apparentemente, viene dalla produzione di fiction siriana, seconda soltanto all’Egitto in termini di quantità nella regione araba. Questa non pare essere drasticamente crollata come volevano le previsioni di molti analisti. L’agenzia di stato siriana,Sana, ha stabilito a 22 il numero ufficiale di produzioni per questa stagione. Molte dellemusalsalat siriane di quest’anno sono state costrette a “emigrare”, per ragioni di sicurezza, o anche a causa della “defezione” di registi siriani un tempo vicini all’entourage del presidente Bashar al-Asad, in Libano o nel Golfo. Basta pensare a Hammam Shami (Hammam damasceno), una soap opera ambientata nella Damasco degli anni ‘50 ricostruita interamente in studio ad Abu Dhabi.

Alcuni dei più famosi registi siriani, come Najdat Anzour e Layth Hajjo, sono però rimasti a girare in casa, e presentano due produzioni di Ramadan, rispettivamente Taht Sama`a al-Watan (Sotto il cielo della nazione) e Sa na`ud ba`ada qalil (Torniamo fra poco). Sebbene con registri e toni diversi, queste affrontano gli avvenimenti siriani degli ultimi due anni in Siria. Molta della produzione di fiction siriana di quest’anno, nella tradizione realista che contraddistingue da sempre le musalsalat siriane, racconta del drammatico conflitto in corso, scaturito dalla rivolta contro il presidente al-Asad.

Wilada min al khasira, popolare fiction di Ramadan siriana trasmessa da Abu Dhabi Tv, apre la sua terza stagione con una scena emblematica. Un quartiere in sciopero – le ragioni dello sciopero non vengono esplicitate – assediato dai mukhabarat, i servizi segreti siriani, spiega le ragioni della protesta e cerca il dialogo con lo Stato. Un ministro pare ascoltare e promettere indulgenza contro la violenza e l’ingerenza dei servizi segreti nelle vite dei cittadini. Ma una volta rientrati nel quartiere, gli abitanti scoprono che gli uomini dell’intelligence sono ancora lì pronti a prelevare i sospetti agitatori della protesta e a farli sparire nelle stanze di tortura gestire dai mukhabarat. Il ministro non ha mantenuto la promessa, o forse non ha potuto mantenerla. Il messaggio è chiaro: la soluzione politica viene forse cercata in apparenza, ma non viene mai messa in atto e lo stato sembra non poter fare nulla di fronte allo strapotere dell’intelligence.

Qualche giorno prima della messa in onda di Wilada min al-khasira, Samer Radwan, il suo autore, veniva arrestato dai servizi segreti al confine fra il Libano e la Siria, mentre faceva tranquillamente ritorno a Damasco dopo le riprese della soap. Le motivazioni del gesto non sono state mai chiarite, in un surreale e drammatico parallelismo fra vita e fiction. 

 

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