Siria, collera e luce: il nuovo libro di Paolo Dall`Oglio

Ricevo oggi questo comunicato dalla Editrice Missionaria Italiana, la casa editrice che ha pubblicato l`ultimo lavoro di Padre Paolo Dall`Oglio “Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana”.

Il libro sta uscendo adesso in Italia, dopo un grande successo in Francia, ma Paolo non sara` con noi a festeggiare. Paolo e` ancora in Siria, dove viene trattenuto dallo scorso 29 Luglio da chissa` chi,  se agenti del regime o brigate islamiste. Non di certo dalla rivoluzione, la rivoluzione siriana, la “sua” rivoluzione che Paolo non ha mai tradito e che non ha mai tradito Paolo (scusa Domenico Quirico ma, si`, e` proprio un riferimento alle tue parole. Non oso immaginare quello che hai passato in cinque mesi di prigionia, pero` e` ingiusto dire che la rivoluzione ha tradito te, quando ci sono centinaia di siriani che conosco – e migliaia che non conosco – che sono in galera, o costretti a nascondersi o a lasciare il loro paese per quella rivoluzione che pero` non pensano li abbia traditi, nonostante quello che e` successo).

Paolo e` una di queste persone. Ho vari ricordi di lui, al monastero di Mar Musa da lui fondato. Lui che dice la Messa in arabo, un arabo perfetto, pulito, circondato da cristiani, musulmani, laici. Non mi stanchero` mai di ripostare questo video che lui ha fatto quando il regime siriano ha minacciato di buttarlo fuori dal paese se avesse preso posizioni esplicite a favore della rivoluzione.

 

Paolo per un po` ha taciuto ma poi, pero`, non ce l`ha fatta perche` la sua natura e` parlare, stare in mezzo alla gente. E` stato espulso dalla Siria, il suo paese, dove aveva vissuto per piu` di trent`anni, siriano piu di tanti siriani. Ci e` ritornato, piu` volte, nonostante il pericolo , per stare in mezzo alla sua gente.

Quando la gente mi dice Papa Francesco e` il mio eroe, perche` con la sua preghiera in piazza del Vaticano ha mobilitato migliaia di persone contro i bombardamenti americani alla Siria, io rispondo che il mio eroe e` Abuna Paolo, un uomo di fede che la fede e` andato a praticarla, a viverla, senza essere protetto dalle sicurezze e le magnificenze della sua citta` , Roma, ma dentro i campi profughi, nelle citta` bombardate e assediate, in mezzo a fame e disperazione.

Paolo ha dimostrato sul campo che e` assurdo parlare di dialogo fra cristiani e musulmani, perche` il dialogo vero che deve avvenire e` fra esseri umani. Abuna, ovunque tu sia, speriamo che tu sia forte come sei sempre stato, e che tu creda ancora che la rivoluzione, il cambiamento – non soltanto di un regime ma un cambiamento interiore in direzione dell`umanita`- sia tuttora possibile.

 

 

Collera e luce.

Un prete nella rivoluzione siriana

di Paolo Dall’Oglio

 

Il nuovo libro del gesuita impegnato nel dialogo islamo-cristiano

 

Questo libro è innanzi tutto un grido, quello di un uomo, un gesuita consacrato all’amore di Gesù per i musulmani, che ha dedicato 30 anni della sua vita al dialogo islamo–cristiano, senza mai smettere di costruire ponti e che in pochi mesi ha visto tutto quanto crollare in un orrore senza nome. Padre Paolo Dall’Oglio, conoscitore raffinato del Vicino Oriente, testimonia le speranze del popolo siriano in lotta per la sua libertà nonostante i silenzi ipocriti e le esitazioni dell’occidente; formula proposte alla comunità mondiale degli uomini di buona volontà affinchè si faccia di tutto per fermare la guerra civile in Siria, Paese altamente centrale e simbolico nel quale si affrontano questioni di urgente attualità ovunque nel mondo. Questo è un libro che scuote le coscienze. Quale lotta è ancora in grado di mobilitarci? Per quale causa siamo pronti a mettere in gioco la nostra vita quando tutto ci sfugge e sembra giocarsi al di fuori di noi?

 

Nelle pagine di questo libro, già pubblicato in Francia a maggio del 2013 (Les Editions de l’Atelier) ed ora in Italia dal 1 ottobre in libreria, con l’aggiunta della postfazione consegnata a metà luglio poco prima di rientrare in Siria per una missione di “mediazione”, la voce di padre Dall’Oglio risuona accorata: «La paura, la collera, lo scoraggiamento, l’angoscia mi hanno accompagnato. Ho provato inoltre, dopo questi giorni difficili, un bisogno di meditazione, di distanza contemplativa. Ho detto messa quando potevo …. ho cercato di custodire una liturgia del cuore, una messa sul mondo, come direbbe Teilhard de Chardin».

 

Siccome p.Paolo oggi non è qui con noi, il modo migliore di presentare il suo libro è attraverso le sue parole cominciando da quelle che ha scritto in una mail per la scelta della foto di copertina: «Questa mia foto del bombardamento di Saraqeb alla fine di Febbraio è quella d’una casa dove è morta una mamma e un bambino… pochi minuti prima dello scatto … dice bene la banalità del male … e quanto siano qui le vittime la povera gente del proletariato urbanizzato … il fiore di plastica spampanato serve per introdurci nella casa distrutta dei poveri ed esser ospiti dei loro sentimenti più intimi devastati dalla guerra».

 

Prosegue padre Dall’Oglio: «Ho visitato la Siria degli Assad (l’espressione è consacrata dall’uso di Regime) una prima volta nel 1973, appena prima della Guerra di Ottobre; ne riportai l’impressione di un popolo sottomesso ad una macchina di propaganda nazionalista possente mobilitata al massimo in senso anti israeliano … I Paesi arabi subivano l’occupazione di vasti territori da parte di Israele, c’era la Guerra Fredda … per tanti motivi ero solidale, come lo sono oggi, con le sofferenze del Popolo Palestinese e degli Arabi in generale. Ma quell’attitudine di manipolazione totalitaria dell’informazione già mi ripugnava. Sapevo che si trattava di una dittatura e non nutrivo illusioni sul rispetto dei diritti dell’uomo in quel paese. Nel 1978 ero a Beirut durante il terribile assedio dei quartieri cristiani di Achrafiye da parte dell’esercito siriano. Nel 1980-81 ero a Damasco per lo studio dell’Arabo, delle Chiese Orientali e dell’Islam, ed ho amato infinitamente quel buon vicinato siriano nel rispetto e nel pluralismo che non è stato creato dal Regime ma che questi ha cercato di recuperare a suo merito mentre lo corrompeva sul piano morale e ideologico. Venni in contatto e a conoscenza dei metodi di sistematica tortura repressiva utilizzati dal Regime. Se volevo restare nel paese dovevo assoggettarmi come tutti. Ma non ero obbligato ad assoggettarmi in coscienza. Moltissimi cristiani già lasciavano allora il paese visto il perdurare della situazione di incertezza nella società locale e nella regione. Alcuni erano pro regime, altri contro, ma tutti cercavano di partire per il futuro dei loro figli. Bisogna ricordare che allora la solidarietà del regime con il mondo sovietico era evidente, anche riguardo alle libertà democratiche criticate come borghesi e asservite alle logiche neo imperialiste. Io cercai sempre di avere buoni rapporti con lo Stato in quanto proprietà dei cittadini anche se sottomesso al Regime dittatoriale. Mi sono anche sforzato di avere delle relazioni il quanto più possibile aperte e franche coi membri dei servizi di sicurezza che mi interrogavano di frequente. Ero per la legittima lotta di liberazione contro l’occupante israeliano ma evitavo sistematicamente di cedere ai toni spesso esplicitamente antisemiti della propaganda di Regime e mi sforzavo di valorizzare i varchi ideologici che permettessero di pensare, concepire e volere la pace e la riconciliazione regionale.

Nell’82 ero studente di teologia a Roma quando avvenne il terribile massacro della popolazione civile di Hama durante l’insurrezione dei Fratelli Musulmani. Ne soffrii tanto da ammalarmi. Non se ne poteva parlare pubblicamente altrimenti mi scordavo la possibilità di rientrare in Siria dove mi sentivo chiamato a servire l’armonia islamo-cristiana… ripetevo negli anni senza stancarmi che occorreva fare di tutto per facilitare un’evoluzione e un cambiamento democratico per gradi e per riforme successive per evitare altri bagni di sangue. Tuttavia ero perfettamente cosciente che un continuo, silenzioso massacro avveniva nelle carceri, nei lagher, nei gulag siriani. Ne avevo ricevuto in diverse occasioni delle testimonianze dirette. In questo spirito, con questi sentimenti contrastanti, eppure con molta speranza ed entusiasmo, ho vissuto nella Siria degli Assad per più di trent’anni. A causa dell’ampio impatto internazionale del mio impegno di restauro, di accoglienza e di dialogo al Monastero di Mar Musa, godetti indubbiamente di uno spazio di parola e di una libertà di opinione incomparabilmente più largo dei normali cittadini, obbligati a portare fin dalla più tenera infanzia il cervello all’ammasso della manipolazione di Regime la più priva di scrupoli e costruita su un nazionalismo sempre in diritto di schiacciare, anche in coscienza, gli individui per l’affermazione del soggetto collettivo rappresentato dal Duce (Qa’id, in Arabo). Fui presto oggetto di critiche aspre e di accuse ingiuste proprio perché la mia libertà di parola sembrava impossibile ai più, anche se era sempre limitatissima e molto auto controllata se paragonata alla situazione per esempio europea. Era un gioco in fondo leale: io offrivo un volto che illustrava internazionalmente l’apertura e il pluralismo almeno programmatico del potere siriano e loro accettavano ch’io mi comportassi come se la democrazia, seppur non perfetta, fosse già almeno in fieri.

Ho lavorato continuativamente nella prospettiva del successo dei negoziati di pace nella visione di un Medio Oriente riconciliato nella giustizia. Per questo ho operato per il successo del cammino di Abramo (the Abraham Path Initiative)  nonostante le accuse di sionismo strisciante rivoltemi dai nazionalisti più settari e antisemiti. Ho curato le amicizie sincere e solidali con i movimenti palestinesi rappresentati a Damasco di diversi orientamenti politici, ed ho curato a nome della Chiesa le nascenti relazioni con il movimento islamista palestinese Hamas.

Ho sempre dichiarato che l’islamismo politico è una grande realtà regionale e che non è immaginabile che si debba rinunciare alla democrazia, ai diritti civili e all’autodeterminazione dei popoli per continuare a sopprimere il programma islamista, sia esso salafita o dei Fratelli musulmani o di gruppi più o meno moderati. Si tratta di un soggetto politico plurale non aggirabile ma tuttavia esposto ad evoluzione, spesso rapida. Per questo ho sempre curato la relazione coi leader naturali, scelti e seguiti dalla piazza e dal popolo delle moschee, dei musulmani siriani, rifiutandomi di appiattirmi sulle autorità approvate e nominate dal Regime.

È evidente che la guerra è raramente una soluzione e comunque è una soluzione cattiva e claudicante. Tuttavia con l’insegnamento tradizionale della Chiesa dichiaro, nonostante i rischi di equivoci stridenti e di ipocrisie criminali, la legittimità della guerra giusta, il diritto alla difesa armata, il dovere di proteggere i paesi e le popolazioni vittime di aggressioni violente interne e o esterne. Nonostante questo incoraggio e mi impegno per la pratica e il successo delle azioni nonviolente.

Penso alla non violenza attiva, politica, come ad una trascendenza dei conflitti. Non è essa sempre un’alternativa praticabile di per sé, ma essa è sempre necessaria. Molto più di un correttivo integrativo, prima durante e dopo i conflitti armati, la non violenza dialoga, testimonia, critica, assiste, apre vie di riconciliazione, va oltre!

Quando Assad figlio prende il potere nel 2000 si riaccesero le speranze per un cambiamento democratico incruento che potesse riconciliare la società siriana profondamente divisa e sofferente dietro la facciata delle realizzazioni gloriose del Regime. Anche la visita del Papa nel 2001 aveva la valenza di un segno di speranza, benché l’anno precedente la visita a Gerusalemme era stato l’ultimo momento di calma prima dell’inizio della seconda tragica intifada palestinese. La breve Primavera di Damasco è soffocata da una repressione il più dolce possibile per evitare di perdere quel credito che la società accorda al Dott. Bashar, per non perdere speranza nel futuro».

Di Padre Paolo si dice ormai tutto e il suo contrario. La sua azione, l’attività di dialogo interreligioso è sostenuta internazionalmente, la preoccupazione ambientale e di lotta alla desertificazione è considerata esemplare, il lavoro di restauro artistico e valorizzazione culturale e spirituale del luogo di pellegrinaggio ha un vasto impatto. Insomma, Padre Paolo può permettersi di parlare di riforma con franchezza; scrive per dieci anni una lettera all’anno al Presidente Bashar alAssad cercando di consigliare delle riforme concrete ed effettive. Prima che sia troppo tardi.

«Dal 2010 la decisione di regime è presa: l’attività di dialogo è vietata, le conferenze sono impossibili anche su questioni di energia solare, i miei amici sono inquisiti…Il turismo iper controllato. Alla fine il mio permesso di residenza è ritirato; resto in Siria senza documenti di residenza e quindi non posso più viaggiare…Ma intanto la Primavera araba è iniziata. Si spera ancora che Bashar, magari con l’aiuto della bella e sensibile consorte, possa mettersi alla testa di una riforma radicale del suo paese, utilizzando la Primavera come di uno strumento per esautorare le vecchie magie familiari… Nulla da fare, da Marzo 2011 è chiaro che la scelta della repressione incondizionata è la scelta strategica… Tutto il resto, quanto a dialogo e riforme cosmetiche, non è altro che prender tempo per evitare l’intervento internazionale e fumo negli occhi dell’opinione pubblica. La versione ufficiale della manipolazione mitica di stato è pronta: non c’è nessuna rivoluzione, ma solo l’azione dei terroristi islamisti radicali … I democratici sono fatti a pezzi in prigione, gli islamici sono criminalizzati e spinti a realizzare la tesi di Regime sulla natura terrorista del movimento … Posso assicurare che sono meno isolato tra i cristiani siriani di ciò che si può immaginare, la mia voce però è una delle poche note che si siano levate a dire che noi cristiani non possiamo rimanere col Regime torturatore e oppressore e neppure possiamo restare neutrali. La storia è a un punto di non ritorno, e noi da che parte siamo?

Immaginiamo per un attimo che, anche con l’aiuto determinante dei cristiani, il Regime riesca a schiacciare la rivoluzione… Possiamo prevedere 500 mila morti e 10 milioni di fuoriusciti … Cosa rimane della nostra testimonianza cristiana? Anche ad ipotizzare l’improbabile ritorno in Siria dei cristiani, cosa ci torneranno a fare dopo aver accettato un simile genocidio?

Il resto di questa tragica vicenda, compresa la mia espulsione un anno fa, si potrà leggere nel libro, Collera e Luce».

 

 

Paolo Dall’Oglio, Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana, Collana Vite di Missione, Editrice Missionaria Italiana, pp. 208, euro 13,00.

 

Best chants and slogans from the Syrian uprising

Thanks to some Twitter friends from Syria I`ve just rediscovered these beautiful chants and slogans which were repeated all across Syria expecially in the first two years after the uprising started.

 

This is a selection of chants and slogans:

 

 

 

This is from Homs, one of the most creative places in the Syrian uprising:

 

 

And this is a very interesting documentary – made by Al Jazeera in 2013-  called “The melody of hope” which recaps the most “creative” moments of the Syrian uprising, starting from the first haphazard demonstration in central Damascus Hariqa neighbourhood  back in February 2011 when people were chanting “The Syrian people  won`t be humiliated” .  It also reports about the popular response to Butheina Shaaban`s speech, few days after the protests broke out in Daraa in March 2011. At the time, when Bashar al-Asad`s media and political aide suggested that people were demonstrating for economic reasons, street demonstrations immediately reacted by chanting ” Ya Butheina ya Shaaban as-shaab as-sury mou juaan” (Oh Butheina oh Shaaban, the Syrian people are not hungry”.

The documentary features important personalities of Syria`s creative resistance such as composer and musician Samih Shqer, author of the popular anti-Bashar al-Asad song “Ya Haif”; and popular actor from “Bab al hara” series Jalal Taweel, who was arrested by the secret service while on his way to the Jordanian border, and then forced to record an interview with Syria TV. During this interview, the actor “denied allegations that he was arrested and detained by Syrian police officials, instead claiming that he was kidnapped by an armed gang and was rescued by Syrian police officials near the Jordanian border” (Taweel is now safe and sound outside the country, and very active in supporting the revolution and its original claim to freedom and dignity).

A very interesting part of the documentary  (at around 13.30 minutes) is when it deals with the Karamah Football Club from Homs (Nadi al Karamah) and explores how the slogans and songs chanted by its supporters influenced those which resonated in the streets during the anti-regime demonstrations in 2011 and 2012.

 

I wish this documentary were translated into English, it could give the international public a better insight on what happened in Syria and how defiant and creative the Syrian people have been.

Out of the “yes” or “no” crowd there is still Syrian civil society

These days I can hardly open my Twitter timeline without finding almost 90% of the tweets dealing with Syria. Everybody has turned into an expert, whether on Syria or US` politics. Everybody seems to have an opinion whether it`s good or bad to bomb Syria, as the US has threatened to do.

I`m trying to stay silent in the middle of this “yes” or “no” crowd. I`m trying to stay away from commenting Syria these days, and this is not because I dont want to take a clear stance vis-a-vis the situation. Indeed, I took a clear stance more than two years ago: I was lucky enough to be in Syria when the uprising started, and feel blessed to have witnessed the beginning of a civil society-led movement asking for dignity and freedom in the most creative ways. I`m strongly against this regime which has, since day one, repressed into blood any request for change coming from the population. I also strongly oppose US led strike on Syria which is going to lead the situation into more chaos, death, violence, and civilian casualties, and eventually to a regional bloody conflict.

But I want to say loud that I`m outraged by this “yes” or “no” situation in which they have put us. I have to look either as a pro-regime or as a pro-imperialist. I am none of them. I`m sure many others feel like myself, being forced into the weird situation of having to state “yes” or “no” , “pro” or “against” something or someone.

There was a time when we tried so hard to show the world what the Syrian uprising was about. There was a time when we hosted conferences, events, public talks, exhibitions to show the world that Syria had a mature civil society that was resisting to violence in creative ways, but needed support. We went to meet up with journalists, human rights activists, academics, students, media experts, and politicians. Politicians and diplomats looked at us, us the “Syria experts” and listened to us, smiling. They took our advice, they discussed issues with us, they kept an open dialogue in order to get “updates” from civil society through us. They said it was important to have a “micro” approach, as they were too much stuck into the “macro” geopolitical picture -what Iran would do, how Turkey will respond, what Saudi Arabia thinks, and the like- , so they needed us to “stay in touch” with civil society, to understand what views were expressed on social networks, activists` groups etc etc.

We believed them and we kept organizing talks, and more talks, and more events. Myself, together with a group of Syrian and international curators, have worked hard to gather Syrian creativity and showcase it in Amsterdam, Copenhagen, London, Milan, Vienna, everywhere. We thought this was an important thing to do, not just for the general public to admire Syrian creativity as a work of art; but to understand that it was the result of civic awareness and a will to participate into a public debate in several creative ways.

Today, a dear friend on Twitter shared this video “Creative Syrian Revolution”. Its author, Bilal Zaiter, is making an appeal on Indiegogo to raise money to make a visual book which tracks the history of the Syrian uprising and its creativity: something in order not to forget where all it started.
Yet, this broke my heart today cause we do have forgotten where it all started. When we say yes or no to intervention, when we say I am pro Assad or pro Obama, when they force us into choosing whether being a dictator-supporter or an imperialist power-supporter, we do have forgotten where it all started. We have forgotten that the most important thing is not to save Assad`s chair in name of a supposed “secularism” which he would allegedly support; nor to back Obama`s pledge to “defend humanity” just because a red-line was crossed from the US` point of view, whereas many others red lines had been crossed by this regime since long time ago. The most important thing is indeed the Syrian people, the lives of those civilians who have bravely expressed their views, and we have forgotten about them.Today we cry out our outrage for an illegitimate war which is likely  to happen: and I do it, too. But we should cry out our outrage for we have failed, we have let the Syrian people down. We have admired their works of art and resistance and civil disobedience while returning to our homes reassured, in a way, that this form of resistance would not stop. But we have done nothing to support it. We havent found any creative way to keep this creativity alive, and now this creativity has been almost killed by the “yes’ or “no” crowd.I dont want to look hopeless, although I am a bit..cause all our words and actions went in vain if they havent helped our media, politicians and public opinion to think differently about Syria. But, to those who still believe in this civil society and who are still convinced that Syria is not a “yes” or “no” situation, please do something….do something these days, urgently, to stop this war. Yes. We don`t need yet another US intervention in the region, especially if done this way. But do not only act to stop war; do act to produce a real peace which wont be the case if this regime stays and goes on with killing its own people. Mobilize your circles, make petitions to the UN, engage your politicians, do whatever you can do..but do something and remind the world that those Syrians who started the uprising as a civil society movement were imprisoned by Assad (I have many friends still held in regime`s jails..and these are not the “salafi” type, I can assure) or killed or forced into exile, and those who stayed were marginalized by the “jihadi” groups paid by foreign powers (with the US doing nothing to avoid this). Do something, whatever you can, to push our “leaders” to find a  real solution for peace, because Syria concerns all of us. If Syrian civil society dies, we also die.