Khaled Khalifa: cosa puo` fare la scrittura davanti alla morte?

Khaled Khalifa, lo scrittore siriano autore di “Elogio dell`odio”, ha appena vinto il premio Nagib Mahfuz per la letteratura. In omaggio al grande scrittore egiziano, Khaled ha scritto queste parole che Siria Libano ha tradotto in Italiano sul suo blog, e che trovate qui in originale arabo. E` un pezzo bellissimo che da` l`idea di chi e` Khaled, un grande scrittore, ma soprattutto una persona con una grande umanita`. Conosco bene Khaled, e` un caro amico con cui abbiamo passato serate infinite nelle belle notti damascene parlando di letteratura, politica, amore. Ho visto Khaled l`ultima volta meno di un anno fa in occasione della mostra Syria`s art of resistance che organizzammo a Copenhagen. Era stanco, provato: erano mesi che non usciva dalla sua Damasco.

Gli chiesi perche` non restava in Europa, in fondo era uno scrittore famoso, e molti paesi gli avrebbero offerto un confortevole esilio, la possibilita` di scrivere, partecipare a residenze artistiche… Mi disse: non abbandonero` il mio paese proprio adesso che questa rivoluzione attesa da anni e` diventata una realta`, sebbene faticosa da sopportare. Voglio stare vicino alla mia gente, per ora e` questo quello che conta di piu`.

E cosi` ha fatto. Khaled ha mantenuto la parola e, sebbene sia stato aggredito e picchiato nel maggio 2012, non ha mollato. Nemmeno per ritirare il prestigioso premio Mahfuz….

 

 

“Per la prima volta la scrittura si trova faccia a faccia con se stessa a dover rispondere a una domanda insidiosa: cosa può fare quando la morte diventa vergognosa fino a questo punto? Per la prima volta mi interrogo disorientato sull’opportunità di scrivere.

Confesso che le mie illusioni sulla scrittura si sono dissolte quando mi sono reso conto che siamo persone estremamente deboli. Non siamo capaci di aiutare un bambino in un campo profughi e riportarlo al calore della sua casa, o il corpo di un uomo ucciso da un cecchino solo perché passava nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ma allo stesso tempo la scrittura mi ha permesso di vedere qualcosa che non avevo il coraggio di riconoscere prima: lavoriamo in una condizione di felicità perché creiamo bellezza. Contribuiamo a rendere l’esistenza meno solitaria e meno dura. Non facciamo trionfare l’oppresso, ma l’aiutiamo a raccogliere le forze e a lottare per la sua causa. Non possiamo convincere una donna abbandonata che la solitudine non è così male, ma possiamo rendere la sua solitudine meno dolorosa.

Smascheriamo tiranni, opportunisti e assassini, ma non siamo un tribunale che emette verdetti. Così mi rendo conto che il romanzo ha cambiato la mia vita: mi ha reso meno crudele e più attento ad emettere verdetti che non accettano discussioni. Perché nel romanzo tutto può essere discusso, trasformato e può muoversi tra strane possibilità. Questo semplicemente perché è il racconto dell’uomo che continua ancora a interrogarsi sulla felicità, l’amore, l’odio e che ancora insegue la sua domanda principale – e mi riferisco qui alla morte.

Il romanzo arabo ha iniziato a scavare in se stesso e nella società, abbandonando l’artificiosità in favore del racconto e della prosa vera con il nostro maestro, Nagib Mahfuz. È lui che mi ha insegnato il significato della perseveranza, il significato della potenza e del dolore della scrittura, così come l’ha insegnato a generazioni prima di me. E quelli che verranno dopo di noi scopriranno molti segreti che impareranno dai suoi testi.

Oggi il romanzo arabo si trova in questi territori, dai quali si distaccherà per essere parte dello spazio umano. Soprattutto negli ultimi decenni è iniziata una nuova fase di indagine sull’individuo e di rivelazione del non detto.

Anche le rivoluzioni che sono ancora all’inizio del loro cammino contribuiranno a rendere le certezze oggetto di dubbio. Di conseguenza la società che in tutti questi secoli è andata alla ricerca della propria identità, raggiungerà di certo risultati diversi che scrolleranno via la polvere da una cultura grandiosa che un tempo era parte della cultura umana più evoluta e non solo eco e consumatore di prodotti dell’uomo”.

Free Press for Syria/ Stampa libera per la Siria

Today the Free Press for Syria campaign launched, demanding an end to the abuses on journalists perpetrated both by the Syrian regime and by jihadist groups such as  the “Islamic State of Iraq and Syria” (ISIS).

According to Reports Without Borders` last report, Syria is “the world’s most dangerous country for journalists. ” Priority targets of the regime and its security forces since 2011, Syrian journalists are now facing an increasing deadly threat since 2013: the Jihadists militias.

Despite intimidation and threats, 20 new -born and independent Syrian media are uniting for the first time and standing up together with Syrian and international NGOs to demand an end to the crimes and abuses committed against all journalists.

Everybody can support the independent Syrian media and their plea by signing the petition here and by sharing the campaign`s website and Facebook pages, in English and Arabic.

 

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Oggi lancia ufficialmente la campagna Free Press for Syria  che chiede di mettere fine agli abusi perpetrati sui giornalisti sia da parte del regime siriano che dai gruppi jihadisti come l`ISIS (Stato Islamico dell`Iraq e della Siria).

Secondo l`ultimo dossier di Reporters senza frontiere, la Siria e`“il paese piu` pericoloso del mondo per i giornalisti”. Fin dal marzo 2011, data di inizio della rivolta in Siria, i giornalisti sono stati presi di mira dal regime; a questo si aggiungono oggi le minacce rappresentate dalle milizie jihadiste.

Nonostante cio`, venti media indipendenti siriani fra giornali, radio e siti web, si sono uniti per la prima volta insieme ad ONG siriane ed internazionali per chiedere la fine di queste minacce e l`immediato stop deli abusi commessi contro la stampa libera.

Ci si puo` unire a questo appello firmando la petizione in italiano, e facendo girare il sito web della campagna e le sue pagine Facebook in inglese e in arabo.