Buon compleanno Abuna

Per il sessantesimo compleanno di Padre Paolo Dall’Oglio, rapito in Siria nel luglio 2013, Riccardo Cristiano ha scritto questo bel pezzo che ripubblico di seguito.

 

“Perché il vulcano siriano oltre a infangare l’uomo infangherà tutta questa regione, compresa Ninive, compreso il tuo Libano, se non ci svegliamo”

 

Una frase che Paolo ha detto a Riccardo e che non dovremmo mai scordare.

Ci manchi, Abuna. E le tue idee mancano in quest’assordante assenza di proposte coraggiose per salvare il futuro della nostra Siria, del nostro Medio Oriente…

 

Buon compleanno, Paolo

padredalloglio4Quando tutto immaginavo tranne che ti rapissero, ti dissi che forse sarei venuto a trovarti per il tuo compleanno lì nel Kurdistan iracheno dove ti eri trasferito. Parlavo del tuo 59esimo compleanno, non di questo 60esimo ormai alle porte. Ti eri trasferito lì in territorio curdo da quando eri stato espulso dalla Siria, e io seguitavo a chiederti perché il tuo cuore rimanesse lì, tra i siriani, benché tu mi dicessi che ogni paese è patria per un discepolo di Gesù. “Perché il vulcano siriano oltre a infangare l’uomo infangherà tutta questa regione, compresa Ninive, compreso il tuo Libano, se non ci svegliamo”. Era questa la tua risposta.

E oggi non posso dimenticare che pochi giorni prima, a maggio 2013, cioè un anno e mezzo fa, poco prima di essere sequestrato dai terroristi dello Stato Islamico, mi avevi detto che ” nessuno è veramente interessato ai cristiani orientali, perché se davvero lo fossimo davanti a questa occasione irripetibile della primavera araba, che chiede libertà e democrazia- una democrazia colorata di Islam come da noi è colorata di radici cristiane- ci saremmo attivati per aiutarla. Non è stato così e allora prima o poi non ci resterà che indire un’altra giornata della memoria.”

Il fatto, carissimo Paolo, è che senza lenti deformate o deformanti tu avevi visto che la Primavera nasceva da un’agenda laica e non violenta in un contesto islamico. In Siria poi nasceva guidata e incarnata da giovani donne. Gli opposti integralismi, panarabisti e panislamisti, figli di generali golpisti, di miliziani khomeinisti o di petromonarchi tanto miliardari quanto oscurantisti, si sarebbero impegnati in tutti i modi per combattere la Primavera da sponde opposte, le sponde di disegni egemonici incompatibili su tutto tranne che su un punto, distruggere la primavera laica, democratica, giovane.. “Cittadina” la definiva tu, cioè portatrice di un’istanza di cittadinanza che è l’unica capace di cambiare il Medio Oriente, non contro qualche comunità, ma con i giovani di tutte le comunità, che le vogliono preservare, non accettando più di viverle come caserme.

Oggi i folli disegni anti-umani degli opposti estremismi stritolano la Primavera, quella rivoluzione che Ziad Majed, grande intellettuale arabo e grande amico di un martire del cristianesimo orientale, Samir Kassir, ha definito “la rivoluzione orfana”. Orfana della nostra solidarietà, non certo dei suoi nemici giurati, petromonarchi e pasdaran, ma di un’attenzione che sostenesse la sua richiesta ineludibile e per definizione non-violenta: la cittadinanza, una cittadinanza condivisa per tutti, musulmani e cristiani, curdi e drusi, in un Medio Oriente i cui popoli non vogliono più né panarabismi né panislamismi, né tantomeno terrorismi.
Quelle popolazione vogliono tornare a essere fatte da individui portatori di una dignità come solo una democrazia può consentire, quella che tu chiamavi “una democrazia colorata d’Islam, come la nostra è colorata di radici di cristiane.”

E chi non si rassegna a questa realtà, si guardi intorno, guardi i monumenti, guardi le cupole senza le quali le nostre città non sarebbero tali. Eppure queste città così intrise di radici cristiane rimanendo tali , grazie a Dio, oggi non discriminano più, anche se tanto resta da fare per un vero multiculturalismo europeo. Lo stesso processo può avviarsi finalmente in Medio Oriente, un Medio Oriente che non discrimini più, come vorrebbero i suoi figli, i suoi giovani. E la Tunisia sta lì a dirci che senza l’intervento militare dei nemici esterni della Primavera questo esito è possibile, e sa vincere nelle urne.

Spero che subito dopo questo tuo compleanno ne torneremo a parlare, Paolo.

Fonte: “Il Mondo di Annibale”

15 novembre 2014

Da’ash (ISIS) visto dai media siriani

Dallo scorso 4 Novembre abbiamo cominciato, insieme ad Arab Media Report, e con la preziosa collaborazione di Qais Fares, un monitoraggio dei media arabi rispetto alla questione ISIS altrimenti detto Da’ash con il suo acronimo arabo (che userò d’ora in avanti). Dalle nostre conversazioni è nata l’esigenza, che speriamo venga apprezzata dai giornalisti e dai media nostrani, di mostrare un altro sguardo sulla questione Da’ash, oltre a quello che leggiamo sulla stampa di lingua inglese (e sulla nostra).

Come parlano i media arabi di Da’ash? Per chi non conosce la complessità del sistema mediatico arabo, questa sembrerà forse una domanda banale, o una semplice questione di tradurre articoli e programmi televisivi dall’arabo.

Ma con un panorama di oltre 600 canali televisivi satellitari, ognuno di essi espressione di un potere (di stato o di corporation; più spesso di entrambi), e complessissime dinamiche di geopolitica dei media, la risposta di come la stampa e la televisione della Regione vedono Da’ash merita approfondimenti e contestualizzazione.

Da qui la proposta di Arab Media Report, di esaminare quanto più è possibile, in profondità, e nel loro contesto geopolitico, le posizioni dei vari media outlets di lingua araba.

La prima puntata, uscita il 4 Novembre, riflette sulla rappresentazione di Da’ash nei media siriani. Abbiamo fatto una selezione di stampa e TV, con un occhio puntato sull’intrattenimento (in questo caso le acclamate musalsalat siriane, le soap opera da sempre impegnate a dare un punto di vista  sull’attualità politica). Una selezione non certo esaustiva ma che si spera, in futuro, possa espandersi, nell’auspicio di una collaborazione con media e organizzazioni del nostro paese interessate a capire meglio la questione del terrorismo internazionale affrontata dai diversi punti di vista presenti nel mondo arabo.

Prossimamente parleremo di Da’ash visto da Libano, Iraq, e dai media panarabi come Al Jazeera e Al Arabiya. Buona lettura!

I Media siriani raccontano Da’ash: “un nido di vespe occidentali”

L’autoproclamato Stato islamico dell’Iraq e del Levante, Isil, meglio noto in Medio Oriente con il suo acronimo arabo Da’ash, invaderà presto il mondo della fiction panaraba. Ad annunciarlo è il regista siriano Najdat Anzour, noto per lavori come Nihayat rajul shuja (La fine di un uomo coraggioso) che hanno rivoluzionato il linguaggio delle fiction televisive arabe nella metà degli anni ‘90. Non è la prima volta che Anzour affronta temi come il terrorismo jihadista nei suoi lavori televisivi. Nel 2005 aveva firmato Al-hurr al ayn, (Le vergini del paradiso) su un attentato ad un compound in Arabia Saudita dove trovarono la morte diverse famiglie arabe; mentre l’anno successivo produceva la serie televisiva Al-mariquona (I rinnegati) che si interrogava sull’origine dell’estremismo religioso e del terrorismo di matrice jihadista in diversi paesi arabi, dal Libano all’Iraq.

Anzour sta ora lavorando a un film prodotto dall’agenzia governativa siriana per il cinema e la televisione, con un sostanzioso budget di 400 milioni di lire siriane, che si concentrerà suDa’ash, l’organizzazione terroristica più temuta e dibattuta al momento in Medio Oriente come in Occidente. Dalle dichiarazioni rilasciate da Anzour rispetto a Thousand days in Syria, un suo precedente lavoro che il regista starebbe ultimando con la promessa di raccontare la “realtà” degli eventi di questi ultimi anni in Siria, sembra evidente che il suo nuovo film, in uscita nel 2015, inquadrerà il jihadismo contemporaneo di Da’ash nell’ottica dell’ennesimo complotto israelo-americano mirato a destabilizzare il paese.

Questo sembra confermare una tendenza già esplorata nella monografia di Arab Media Report su La fiction siriana. Mercato e politica della televisione nell’era degli Asad, per cui lemusalsalat, serie televisive siriane, hanno il compito di trasportare nella narrazione del Ramadan argomenti di attualità sui quali il paese è chiamato a sviluppare un certo tipo di immaginario e sentire collettivo. La tendenza ufficiale dei media siriani, confermata anche attraverso opere fiction di qualità realizzate da questa élite di produttori culturali di talento, rispetto al jihadismo contemporaneo di Da’ash, è di leggerlo come l’ennesimo virus post-coloniale diffuso allo scopo di assoggettare paesi sovrani come la Siria alla volontà di Israele e Stati Uniti. Questa narrativa, che già per tradizione legge ogni fenomeno di destabilizzazione del regime siriano in termini di cospirazione israelo-statunitense, oggi si arricchisce di una serie di sfumature: nuove minacce perpetrate da Turchia e paesi del Golfo, accusati di finanziare l’organizzazione terroristica con l’obiettivo di rovesciare Bashar al-Asad.

Un esempio lampante di questa lettura viene offerto dal quotidiano governativo Tishreen. In un articolo pubblicato lo scorso 19 ottobre dal titolo La… laysa hada huwa al-hal (No, non è questa la soluzione) la caporedattrice del giornale, Raghda Mardini, si interroga sulle conseguenze della politica statunitense nella regione araba. In un atteggiamento tipico dei media governativi siriani, l’editoriale accusa “i mercenari di Washington” di aver ideato -una volta spinta la formazione di un’opposizione politica o, meglio, di “coloro che vengono chiamati dissidenti siriani moderati”- l’ennesimo pretesto per minacciare la sovranità territoriale siriana, con lo scopo di proteggere Israele, e l’aiuto finanziario dell’Arabia Saudita.

Tishreen mette insieme, in un unico grande calderone politico, l’America neocoloniale, il Golfo, la Turchia, e il Mossad israeliano, accomunati nello scopo di plasmare un’organizzazione terroristica come Da’ash per riconquistare il controllo strategico sulla regione araba ridisegnandone i confini, e allo stesso tempo salvaguardare la sicurezza di Israele. Ciò farebbe parte, secondo Mardini, di una strategia, concordata dai servizi segreti statunitensi e britannici in collaborazione con quelli “sionisti”, che va sotto il nome di “strategia del nido di vespe”, e che avrebbe lo scopo di dare vita ad un’organizzazione terroristica capace di reclutare volontari in tutto il mondo per garantire, fra le altre cose, la “protezione” di Israele. Per sostenere questa tesi cospirativa, l’autrice afferma che l’esistenza del “nido di vespe” sarebbe stata provata da un leak di documenti provenienti direttamente dall’agenzia di sicurezza nazionale Usa; una tesi presente in diversi media pro-Asad, in particolare siti web e agenzie informative online, che indicano Edward Snowden come fonte delle rivelazioni sulla collaborazione fra Mossad e servizi segreti anglo-americani. La conclusione di Mardini è, dunque, che la coalizione internazionale anti-Isil nasconda altre agende strategiche dietro la scusa di sradicare un’organizzazione in realtà creata dagli stessi poteri ufficialmente schierati contro di essa.

Allo stesso tempo, i media siriani devono tenere conto, nella loro narrazione degli eventi legati a Da’ash, dell’ambiguità della posizione ufficiale della Siria. Se infatti, da una parte, il governo – e i media di sua proprietà, come Tishreen – ritraggono Da’ash come il frutto di una nuova cospirazione mirata a destabilizzare il paese e a proteggere Israele; dall’altra Al-Asad ha bisogno della minaccia terroristica per sostenere la narrativa ufficiale adottata sin dall’inizio delle proteste anti-regime, nel marzo 2011. In quest’ottica, che vede l’esercito siriano impegnato a combattere cellule terroristiche attive sul territorio nazionale, il ministro degli esteri Walid al-Moallem, in una conferenza stampa tenuta lo scorso 25 agosto, aveva teso la mano a un’eventuale coalizione internazionale anti-Da’ash, a patto che venisse attuata con il coordinamento siriano. In seguito al rifiuto di Washington, la posizione del governo siriano è rimasta ambigua.

Negli articoli del quotidiano Al-Watan questo atteggiamento contraddittorio diventa evidente.Al-Watan appartiene nominalmente alla stampa privata; di fatto, è controllato dal gruppo di proprietà del cugino di Bashar al-Asad, Rami Makhlouf, uno degli imprenditori più potenti del paese (formalmente ritiratosi dagli affari nel 2011 in seguito alle proteste di piazza). Studiando la copertura del fenomeno Da’ash, non è raro imbattersi in una doppia lettura che riflette perfettamente l’ambigua posizione del governo siriano. L’edizione dello scorso 23 settembre, per esempio, accomuna la lotta anti-terrorismo portata avanti dalla coalizione internazionale anti-Isil a quella del governo; come se quest’ultima fosse ulteriormente legittimata dal fatto che la minaccia terroristica è stata ufficialmente riconosciuta, al punto tale da spingere le potenze mondiali ad intervenire in Siria. Il giornale lascia indovinare una sintonia fra Damasco e la coalizione, rivelando che il segretario di stato Usa John Kerry avrebbe contattato Al-Moallem prima di colpire militarmente le postazioni dell’Isil nel paese, azione che la Siria avrebbe salutato favorevolmente. E questo, secondo quanto emerge dalla lettura di Al-Watan, non allo scopo di informarlo soltanto di ciò che stava per accadere; ma con l’obiettivo di stabilire un coordinamento con il governo siriano.

Allo stesso tempo, però, non mancano articoli critici e sulla scia cospirativa, che tendono a ricondurre la nascita e l’ascesa di Da’ash ad un progetto tutto americano mirato a distruggere il Medio Oriente. In un articolo dello scorso 12 ottobre dal titolo “La sorprendente fabbricazione mediatica dell’immagine di Da’ash“ , Sayyah Azzam scrive che il packaging mediatico dell’organizzazione terroristica serve a dare ragion politica, sociale e militare a ciò che viene definito “Islamofobia”, e che già aveva fornito la giustificazione all’occupazione dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Irak nel 2003. Secondo il giornalista, la creazione di una certa immagine di Da’ash è funzionale a bloccare l’aspirazione dei popoli arabi ed islamici alla stabilità ed alla sicurezza, e volta a garantire quella di Israele. Così, come nel periodo della guerra fredda l’Unione Sovietica e “la minaccia comunista” erano i bersagli della propaganda mediatica occidentale, oggi lo diventa “la minaccia islamica”. Il quadro ideologico entro il quale l’islamofobia prende forma è composto da opere come quelle di Samuel Huntington e la sua filosofia dello “scontro di civiltà”, o di Francis Fukuyama e la sua “fine della storia”; fino ad arrivare a George W. Bush e al motto: “chi non è con noi è contro di noi”. Azzam affianca a questo aspetto ideologico della strategia occidentale anche un risvolto business: la costruzione mediatica della minaccia islamica attraverso il nuovo nemicoDa’ash andrebbe a tutto vantaggio delle ditte occidentali che si occupano della ricostruzione una volta che i bombardamenti e le strategie militari  lasciano il posto a quelle commerciali. L’articolo conclude sollevando una serie di domande relative alle sorprendenti capacità tecniche, economiche, mediatiche di Da’ash; suggerendo che tutto ciò va a vantaggio di un Occidente il cui scopo è distruggere l’immagine dell’Islam e dei popoli arabi ritranedoli come barbari e incivili, e approfittandone per invadere la regione e riaffermare la sua egemonia geopolitica.

Nelle pagine interne di Al Watan, articoli critici come quello di Azzam sono spesso affiancati da cartoni e illustrazioni satiriche come questa di Fares Gadabet, dove è evidente come il “genio” Da’ash esca direttamente dal cappello dello Zio Tom.

Della Ratta

L’ambiguità del governo siriano leggibile attraverso Al-Watan si trasforma, nel caso della televisione di stato Syria TV, in un incredibile diniego. E’ surreale guardare i programmi diSyria TV, quasi tutti concentrati sulla questione delle “riforme”. Non è un caso assistere a riunioni in diretta del parlamento, o a talk show che dibattono lo stato delle riforme nel paese in settori come l’agricoltura, la sanità, l’istruzione; come se la Siria non si trovasse in uno stato di emergenza e guerra civile. D’altra parte, la normalizzazione della situazione e l’insistenza sulle riforme che il governo avrebbe attuato o starebbe per attuare sono punti della strategia che la presidenza di Bashar al-Asad segue da oltre un decennio. Sin dall’inizio del suo mandato, infatti, il presidente siriano ha insistito sulla necessità di implementare le riforme, sia economiche che politiche, nel paese; d’altra parte, secondo la narrativa ufficiale, questo processo riformista è stato bloccato dalla continua ingerenza occidentale negli affari della Siria e della regione araba. La guerra in Irak del 2003, e gli squilibri che hanno fatto seguito all’occupazione americana dell’area, avrebbero impedito al riformismo di al-Asad di attuarsi, costringendo il governo siriano ad una strategia concentrata sulla difesa militare dalle minacce esterne, piuttosto che sul miglioramento delle condizioni economiche, sociali, e politiche all’interno del paese. Questa narrativa, che ha accompagnato l’intero mandato di Bashar al-Asad, è stata reiterata più volte all’inizio delle manifestazioni del marzo 2011, e continua tuttora.

La televisione di stato è l’arma mediatica per eccellenza di questa strategia. I suoi programmi insistono sulle riforme e sulla volontà del governo di portarle avanti, nonostante la minaccia terroristica di Da’ash: che viene letta come frutto della cospirazione occidentale e israeliana volta a destabilizzare il paese e a minarne la sovranità. Insieme all’insistenza sulle riforme, i programmi di Syria TV enfatizzano la storia del paese legata alle conquiste di Hafez al-Asad, il padre dell’attuale presidente. Lo scorso 16 ottobre, in occasione della celebrazione del giorno delle forze armate aeree, la televisione di stato ha mandato in onda un discorso di Hafez al-Asad al popolo siriano datato 6 ottobre 1973, il giorno dell’inizio della guerra dello Yom Kippur: il conflitto che per il mondo arabo ha segnato la rivincita contro Israele dopo la clamorosa sconfitta della guerra dei sei giorni, 1967. Simbolicamente, rimandare in onda quel discorso proprio nei giorni in cui l’esercito siriano subiva sconfitte nell’aree di Raqqa ad opera di Da’ash, signifca ribadire che il governo siriano è forte e la vittoria è vicina. Il tutto, sotto la leadership di Asad -il “leader immortale” (al qa’ed al khalid, uno degli appellativi con cui è noto Hafez al-Asad)- che continua ai nostri giorni e deve proseguire nel futuro.

Ma i tempi sono cambiati, anche per la Siria degli al-Asad. E altre figure di leader si affiancano oggi, mediaticamente, ad Hafez e Bashar. Non è raro imbattersi in programmi della televisione di stato come quello del 10 ottobre scorso, sulla vita e le imprese di Mao Zedong: segno del ruolo fondamentale, strategico sia dal punto di vista militare che da quello economico, che la Cina gioca oggi nel determinare il futuro e la sopravvivenza della Siria degli al-Asad.

Immagine nell’articolo: vignetta del 16 ottobre 2014 di Fares Garabet, giornale Al-Watan (Siria) 

Ha collaborato Qais Fares