L’ideologia ai tempi del califfato

L’ultima dal “califfato” l’abbiamo sentita qualche giorno fa: distruggere le antenne satellitari che sarebbero colpevoli di portare la propaganda nemica sul territorio controllato dal cosidetto “Stato Islamico” (ISIS, Daesh).

Da Raqqa e da altre “wilayat” (le province del califfato) sono arrivati video come questo, che ricordano un pò i vecchi atti luddisti, la rage against the machine. Molto anni ’80 come estetica, e spiazzante rispetto a tutta la produzione “cutting edge” e glamour di Daesh, i corti ben inquadrati e montati con sapienza hollywoodiana, i documentari come “La dolce vita”, i video selfie come i Mujatweet.

 

Ma intanto l’ultima “moda” in casa Daesh é usare i bambini…ne parlo qui sotto ma per scelta ho deciso di non linkare i video…

 

……

 

Vi arrogate il diritto di massacrarci nel nome dei vostri beni materiali, delle vostre vite…nel nome delle vostre cosiddette preziose libertà”: canta il ritornello ossessivo, martellante, in francese, mentre lo schermo snocciola immagini di edifici sventrati, corpi massacrati, distruzione ovunque. Uno scenario che ricorda la Siria di oggi, dove ha il coraggio di aggirarsi solitario soltanto un bambino minuto, vestito in abiti militari. Cammina a testa alta fra le macerie e urla con rabbia il suo canto: “le vostre leggi permettono i danni collaterali..i vostri soldati ammazzano i nostri bambini e voi li chiamate eroi… State attenti, siamo pronti a tagliarvi la gola…i nostri guerrieri sono ovunque, pronti a sacrificarsi”.

E’ l’ultimo video messaggio di terrore che arriva da al Hayat media, il braccio audiovisivo dell’Isis, che stavolta parla per bocca dei bambini. Un intero esercito che si allena, in tenuta militare, armato di fucili, mentre canta la sua rabbia: in francese. Non è insolito, ultimamente, ascoltare questa lingua urlata a squarciagola, inneggiante parole di odio e terrore, nei video di propaganda del califfato; e anche i protagonisti francofoni, combattenti provenienti da Francia o Belgio, sembrano essersi moltiplicati -elemento forse direttamente collegato agli ultimi attentati di Parigi e Bruxelles-. Ma quello che più rapisce e terrorizza lo sguardo di chi osserva queste immagini traboccanti odio e furia battagliera è piuttosto l’ondata di piccoli combattenti apparsi negli ultimi video del califfato.

Qualche settimana fa, un altro video virale dal titolo emblematico di “La generazione delle battaglie epiche”, mostrava un esercito di piccoli asiatici che si sottopongono al training militare e giurano vendetta contro Indonesia, Malesia, Thailandia, Singapore. Tutti poco meno che adolescenti, tutti con lo sguardo dritto verso un futuro di sangue e terrore. Almeno dal nostro punto di vista. Perché quello che emerge da questi video, e da tanta altra produzione di propaganda firmata Isis, è anche qualcos’altro, qualcosa che i nostri occhi -raccapricciati e ossessionati dai pixel delle decapitazioni-

non hanno finora percepito.

Ci sono cameratismo, pacche sulle spalle, risate attorno al fuoco, mangiare insieme e cantare; e poi sì, anche fare alla guerra, ammazzare, terrorizzare. In nome di un sogno: il loro sogno. Il cosidetto “Stato Islamico” sta appunto costruendo uno stato. Uno stato che si appoggia su una visione del futuro. Uno dei libri guida dell’Isis -tradotto anche in inglese, oltre dieci anni fa, e passato poi clamorosamente inosservato dalle nostre intelligence e dai nostri analisti- la chiama “la gestione della barbarie”: uno stato di caos e terrore attraverso il quale è obbligatorio passare per arrivare all’instaurazione del califfato globale. Una condizione che deve essere esportata ovunque, soprattutto in quell’Occidente che finora ha vissuto nell’illusione della pace e della stabilità, del confort materiale e del progresso, ma che oggi è piombato nelle ristrettezze dell’austerity, della crisi economica, del rischio ambientale, della minaccia terroristica. Quello a cui si rivolge l’Isis è un Occidente che ha perso il suo welfare, il suo capitale economico e sociale, sotto le cui macerie seppellisce a poco a poco anche i suoi valori democratici. Un Occidente che ha perso fiducia nelle sue magnifiche sorti e progressive.

A queste democrazie occidentali in crisi, che in campagna elettorale promettono protezione dai rischi che il futuro di instabilità globale prospetta ai suoi cittadini, il califfato contrappone un welfare aggiornato ai tempi dell’austerity. Del tradizionale stato sociale che l’Europa ha abbandonato in nome di un feroce neoliberismo e di una cieca, quasi magica, fiducia nel mercato, l’Isis mantiene la sanità, l’educazione, la protezione dei più deboli. I media del califfato hanno inondato Internet di documentari in cui si vedono ospedali puliti ed efficienti, zero code, reparti nuovi di zecca, medici che parlano con accenti australiani, canadesi; scuole dove allievi sorridenti imparano informatica e guerra; mercati a prezzi calmierati, con merci tonde e colorate, cibi sottoposti a controllo qualità accessibili alle masse. Anche il biologico ormai non è più roba da elites urbane, colte e radical chic, ma a portata delle masse: la video propaganda Isis è green e suggerisce che la vita a contatto con la natura nel califfato è di per sé garanzia di cibo sano e nutriente, a chilometro zero.

Gli occhi occidentali, i pochi che si fermano a guardare questi video, li bollano come propaganda photoshoppata, abbagli digitali: ma ti pare che a Raqqa pensino al welfare mentre ci sono aerei russi pronti a sganciare bombe?! Sarà anche l’ennesima trovata di propaganda, ma in questa video produzione c’è qualcosa di molto serio che il nostro cinismo occidentale rifiuta di ammettere: il sogno. Il sogno che quest’organizzazione di terrore vende ai suoi potenziali futuri cittadini: una forma partecipata di costruzione di uno stato, una forma aperta, orizzontale, virale. Uno stato 2.0, che non a caso si serve dei meccanismi partecipativi del web per realizzarsi. Tutti possono contribuire all’immaginario in divenire dello “stato islamico”: uno stato per sua natura orizzontale, transnazionale, che fa appello alla ummah, alla comunità dei fedeli musulmani. Uno stato a cui idealmente partecipano cittadini di altri paesi, francesi, belgi, tedeschi, norvegesi, frustrati ed emarginati dai loro stati-nazione, alla ricerca dell’abbraccio globale della ummah islamica.

L’intellettuale francese Alain Bertho, esperto di banlieues e di movimenti radicali, individua in questa capacità di rispondere alla “crisi del noi” provocata dalla globalizzazione la grande forza di Isis: esaltare le singolarità, anche attraverso il web partecipato e virale, e poi rimetterle insieme in una collettività. Che ci piaccia o no, il califfato offre solidarietà, cameratismo; e una prospettiva di futuro che è fondata sì sul rischio, ma inteso come opportunità di costruire un avvenire diverso, non come paura dell’ignoto. Scott Atran, provocatoriamente, la chiama “rivoluzione”, mentre Isis sarebbe un vero e proprio “movimento controculturale”, capace di affascinare i giovani offrendo loro una prospettiva di gloria e di riconoscimento da parte dei loro pari. L’Isis capitalizzerebbe sulla ribellione giovanile, sulla voglia di sognare, sulla propensione a rischiare, a sacrificarsi per degli ideali.

Prima di sminuire questi giovani che cantano a squarciagola la loro rabbia, che si danno pacche sulle spalle, che si accucciano ridendo davanti ai fuochi notturni e un momento dopo partono feroci ad uccidere ed uccidersi, pensiamo alle parole di George Orwell a proposito del Mein Kampf di Hitler: “quasi tutto il pensiero occidentale (…) ha presupposto tacitamente che gli esseri umani non desiderino nient’altro che vada al di là dell’agiatezza, la sicurezza e l’evitare il dolore….Hitler (…) sa che gli esseri umani non vogliono solo i conforti, la sicurezza, una giornata lavorativa breve, igiene, controllo delle nascite e, più in generale, buon senso; vogliono anche, almeno a intermittenza, lottare e abnegarsi”.

Quella che ci sembra una follia, se diventa collettiva, si chiama piuttosto ideologia.

Syrian parody on Daesh

Syrian activists and filmakers Youssef Helali, Maen Watfe and Muhammad Damlakhy have just released “Daya al Taseh”, a series of sketches lampooning Daesh (ISIS).

Check this out, and think of these brave guys when you say “I am Charlie”. There are so many “Charlies” in the Arab world going unnoticed (luckily the WSJ has noticed them and reported about their work here).

 

 

 

ISIL (ISIS/IS/Daesh) and western media: accidental allies?

Here below my latest opinion piece for Al Jazeera English. As for the name issue (well, Al Jazeera has a policy which is to call it ISIL), I’ve drafted my thoughts here on this blog.

ISIL and western media: Accidental allies?

ISIL’s alleged influence on social networking sites might be the result of western hype.

Last updated: 25 Sep 2014 09:02
Hardly a day goes by without reading articles on how smart and tech-savvy – yet barbarian – the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) is. Typing the word “ISIL” alongside “social media”, “internet” or “media strategy” into a search engine reveals the gloomy yet fascinating world of those online jihadists who seem to be savvy enough to master, together with Kalashnikovs and knives, the modern language of the participatory Web 2.0.

Countless articles have thoroughly dissected last June’s #AllEyesonISIS Twitter campaign, launched to prove the groups’ alleged grassroots online support. Media professionals have emphasised these jihadists’ sophisticated knowledge of contemporary social networking sites, which became clear when they managed to build an Android app available for public downloading. The same was evident when they quickly migrated from Twitter to Diaspora, an online networking site, once the San Francisco-based organisation decided to shut down several of their accounts.

Western media fills its airtime and webspace with analyses of why the group provokes both repulsion and fascination among a wide audience.

ISIL obsession

The obsession with ISIL and its alleged social media success is more apparent in the West. Listening to Arabic media leads to an unexpected discovery. Quite a different framework, in fact, is employed by Arabic-speaking outlets when dealing with ISIL and its fighters.

While in the Arab media, ISIL is depicted as a western post-colonial creation, in international, English-speaking outlets, the organisation is described as a bunch of tech-savvy barbarians who inspire repulsion but also a sort of fascination for their activities in the cyber world and on the ground.

First of all, parody and irony are common on Facebook and other social networking posts that talk about ISIL. This sort of takfiri dark humour, which points to an extremist doctrine of casting others as apostates, is widely documented in Arab media, while almost ignored by its western counterpart.

A few weeks ago, a well-known satirical Palestinian TV series, “Watan ala watar” (Country on a string), came to the attention of international media forpoking fun at ISIL.

Most likely, this happened because the Middle East Media Research Institute (MEMRI), an organisation cofounded by a former Israeli military intelligence officer and based in Washington DC, had translated the clip into English and distributed it on the internet.

The excerpt shows an ISIL checkpoint where two Arab citizens, a Lebanese and a Jordanian, are stopped and executed by the fighters. Soon after, an Israeli passing by is warmly greeted and allowed to go on. This reflects a common feeling among Arab audiences: ISIL targets Arabs much more than it targets Israel or the western world.

Recently, several young Arab voices on social networking sites protested the obsessive attention given by an outraged international community to thebeheading of James Foley and Steven Sotloff after so few paid attention to ISIL’s beheading of two Lebanese soldiers and a Syrian journalist, Bassam Rayes.

Outrage on social media

Secondly, news features and op-eds produced by Arab media often read the rise of ISIL within a post-colonial framework. Several Arab analysts connect the rise of jihadist networks and sectarian groups to the imposition of borders by the Sykes-Picot agreement in 1916, which they argue resulted in entrenching sectarianism and fragmentation in the region.

Despotic regimes supported by colonial powers in order to maintain the status quo further subjugated citizens in the region through authoritarianism, and an education based on fear and the glorification of the leader’s sole authority. Within this context, civil society did not have any vital space to grow and organise itself in the shape of social movements or parties.

The “Arab Spring” was the first opportunity in decades for the people to reclaim their dignity and move Arab societies forward. However, this spontaneous movement was crushed, partly because former colonial powers had no interest in seeing a post Sykes-Picot Arab world shaped by the Arabs themselves. In an op-ed, which was recently translated into English, a prominent Syrian journalist writes: “Our entire region has been violated by those near and far in order to carry out whatever they want under the pretext of combating terrorism.”

So while in the Arab media, ISIL is depicted as a western post-colonial creation, in international, English-speaking outlets, the organisation is described as a bunch of tech-savvy barbarians who inspire repulsion but also a sort of fascination for their activites in the cyber world and on the ground.

Western hype

However, a recent study on ISIL’s activity on Twitter authored by Shiraz Maher and Joseph Carter has shown that only 50 users accounted for 20 percent of their tweets. This suggests that the organisation’s alleged influence on social networking sites might be the result of a western hype generated by the schizophrenia of our own media system, which is concerned by the threat of terrorism but simultaneously fascinated by a mediated violence that can be easily accessed via every portable device and consumed at home on HD TV screens.

A decade ago, our biggest mediated fear was a man named Osama Bin Laden who used to make his media appearances using a long shot, filmed with a fixed camera, in a simple setting with only a Kalashnikov for his background prop.

More than 10 years have now passed. The long shot has been replaced by fancy fade work, contemporary editing techniques and HD cameras. It seems that ISIL does not need TV channels anymore to spread its violent message.

Today, it has on its side the architecture of the participatory web and the viral circulation of content boosted by social media. And a very special – probably unintentional – ally: western media, drawn in by ISIL’s paradoxically hideous allure.

Donatella Della Ratta is a postdoctoral fellow at the University of Copenhagen focusing her research on the Syrian TV industry. She has authored two monographs on Arab media, and curated chapters on Syrian media and politics in several collective books.

The views expressed in this article are the author’s own and do not necessarily reflect Al Jazeera’s editorial policy.

 

 

 

The name “situation” with IS, ISIS, ISIL, or Da’esh

I hope this is the last post I wrote about ISIS (but I’m afraid it won’t be).

There is an ongoing debate not only about the “thing” but also about the “name of the thing” ISIS, ISIL, IS, or Daesh.

 

Shall we call it ISIS (Islamic State of Iraq and Syria)?

ISIL (Islamic State of Iraq and the Levant) as Obama calls it?

Or simply IS (Islamic State) as they now want us to call them?

 

The French (who are always very politically correct) have recently agreed that they will refuse to call it “state”, as it is a terrorist organisation. From now on, they will use the Arabic “Daesh”, which is by the way  the Arabic acronym that stands for “Islamic State of Iraq and Sham” (greater Syria, or Levant). In the end, the word “dawla” (state) is still there.

Perhaps as Allison Kaplan Sommers points out in this useful recap, Daesh is probably the name that mostly bothers them, cause it looks like a derogatory moniker.

True, I’ve sometimes heard my Syrian friends joking :

“I am with Daesh without the letters D, A” (أنا مع داعش بدون د ا)

The joke is not easy to make into English, but the word “Daesh” without the letters “D” and “A” becomes عش , “nest”.

We can speculate about what “I am with the nest” might mean, but I think you can figure it out, and that’s maybe why “Daesh” people are so bothered.

 

Yet, I am afraid that, as Shakespeare wrote in “Romeo and Juliet”:

 

“What’s in a name? that which we call a rose
 By any other name would smell as sweet”.

 

I’m afraid that we’re not talking about anything as sweet as a rose.

Whatever we call it, in the end ISIS/ISIL/IS/Daesh will still smell the same:

 

BAD.