L’ideologia ai tempi del califfato

L’ultima dal “califfato” l’abbiamo sentita qualche giorno fa: distruggere le antenne satellitari che sarebbero colpevoli di portare la propaganda nemica sul territorio controllato dal cosidetto “Stato Islamico” (ISIS, Daesh).

Da Raqqa e da altre “wilayat” (le province del califfato) sono arrivati video come questo, che ricordano un pò i vecchi atti luddisti, la rage against the machine. Molto anni ’80 come estetica, e spiazzante rispetto a tutta la produzione “cutting edge” e glamour di Daesh, i corti ben inquadrati e montati con sapienza hollywoodiana, i documentari come “La dolce vita”, i video selfie come i Mujatweet.

 

Ma intanto l’ultima “moda” in casa Daesh é usare i bambini…ne parlo qui sotto ma per scelta ho deciso di non linkare i video…

 

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Vi arrogate il diritto di massacrarci nel nome dei vostri beni materiali, delle vostre vite…nel nome delle vostre cosiddette preziose libertà”: canta il ritornello ossessivo, martellante, in francese, mentre lo schermo snocciola immagini di edifici sventrati, corpi massacrati, distruzione ovunque. Uno scenario che ricorda la Siria di oggi, dove ha il coraggio di aggirarsi solitario soltanto un bambino minuto, vestito in abiti militari. Cammina a testa alta fra le macerie e urla con rabbia il suo canto: “le vostre leggi permettono i danni collaterali..i vostri soldati ammazzano i nostri bambini e voi li chiamate eroi… State attenti, siamo pronti a tagliarvi la gola…i nostri guerrieri sono ovunque, pronti a sacrificarsi”.

E’ l’ultimo video messaggio di terrore che arriva da al Hayat media, il braccio audiovisivo dell’Isis, che stavolta parla per bocca dei bambini. Un intero esercito che si allena, in tenuta militare, armato di fucili, mentre canta la sua rabbia: in francese. Non è insolito, ultimamente, ascoltare questa lingua urlata a squarciagola, inneggiante parole di odio e terrore, nei video di propaganda del califfato; e anche i protagonisti francofoni, combattenti provenienti da Francia o Belgio, sembrano essersi moltiplicati -elemento forse direttamente collegato agli ultimi attentati di Parigi e Bruxelles-. Ma quello che più rapisce e terrorizza lo sguardo di chi osserva queste immagini traboccanti odio e furia battagliera è piuttosto l’ondata di piccoli combattenti apparsi negli ultimi video del califfato.

Qualche settimana fa, un altro video virale dal titolo emblematico di “La generazione delle battaglie epiche”, mostrava un esercito di piccoli asiatici che si sottopongono al training militare e giurano vendetta contro Indonesia, Malesia, Thailandia, Singapore. Tutti poco meno che adolescenti, tutti con lo sguardo dritto verso un futuro di sangue e terrore. Almeno dal nostro punto di vista. Perché quello che emerge da questi video, e da tanta altra produzione di propaganda firmata Isis, è anche qualcos’altro, qualcosa che i nostri occhi -raccapricciati e ossessionati dai pixel delle decapitazioni-

non hanno finora percepito.

Ci sono cameratismo, pacche sulle spalle, risate attorno al fuoco, mangiare insieme e cantare; e poi sì, anche fare alla guerra, ammazzare, terrorizzare. In nome di un sogno: il loro sogno. Il cosidetto “Stato Islamico” sta appunto costruendo uno stato. Uno stato che si appoggia su una visione del futuro. Uno dei libri guida dell’Isis -tradotto anche in inglese, oltre dieci anni fa, e passato poi clamorosamente inosservato dalle nostre intelligence e dai nostri analisti- la chiama “la gestione della barbarie”: uno stato di caos e terrore attraverso il quale è obbligatorio passare per arrivare all’instaurazione del califfato globale. Una condizione che deve essere esportata ovunque, soprattutto in quell’Occidente che finora ha vissuto nell’illusione della pace e della stabilità, del confort materiale e del progresso, ma che oggi è piombato nelle ristrettezze dell’austerity, della crisi economica, del rischio ambientale, della minaccia terroristica. Quello a cui si rivolge l’Isis è un Occidente che ha perso il suo welfare, il suo capitale economico e sociale, sotto le cui macerie seppellisce a poco a poco anche i suoi valori democratici. Un Occidente che ha perso fiducia nelle sue magnifiche sorti e progressive.

A queste democrazie occidentali in crisi, che in campagna elettorale promettono protezione dai rischi che il futuro di instabilità globale prospetta ai suoi cittadini, il califfato contrappone un welfare aggiornato ai tempi dell’austerity. Del tradizionale stato sociale che l’Europa ha abbandonato in nome di un feroce neoliberismo e di una cieca, quasi magica, fiducia nel mercato, l’Isis mantiene la sanità, l’educazione, la protezione dei più deboli. I media del califfato hanno inondato Internet di documentari in cui si vedono ospedali puliti ed efficienti, zero code, reparti nuovi di zecca, medici che parlano con accenti australiani, canadesi; scuole dove allievi sorridenti imparano informatica e guerra; mercati a prezzi calmierati, con merci tonde e colorate, cibi sottoposti a controllo qualità accessibili alle masse. Anche il biologico ormai non è più roba da elites urbane, colte e radical chic, ma a portata delle masse: la video propaganda Isis è green e suggerisce che la vita a contatto con la natura nel califfato è di per sé garanzia di cibo sano e nutriente, a chilometro zero.

Gli occhi occidentali, i pochi che si fermano a guardare questi video, li bollano come propaganda photoshoppata, abbagli digitali: ma ti pare che a Raqqa pensino al welfare mentre ci sono aerei russi pronti a sganciare bombe?! Sarà anche l’ennesima trovata di propaganda, ma in questa video produzione c’è qualcosa di molto serio che il nostro cinismo occidentale rifiuta di ammettere: il sogno. Il sogno che quest’organizzazione di terrore vende ai suoi potenziali futuri cittadini: una forma partecipata di costruzione di uno stato, una forma aperta, orizzontale, virale. Uno stato 2.0, che non a caso si serve dei meccanismi partecipativi del web per realizzarsi. Tutti possono contribuire all’immaginario in divenire dello “stato islamico”: uno stato per sua natura orizzontale, transnazionale, che fa appello alla ummah, alla comunità dei fedeli musulmani. Uno stato a cui idealmente partecipano cittadini di altri paesi, francesi, belgi, tedeschi, norvegesi, frustrati ed emarginati dai loro stati-nazione, alla ricerca dell’abbraccio globale della ummah islamica.

L’intellettuale francese Alain Bertho, esperto di banlieues e di movimenti radicali, individua in questa capacità di rispondere alla “crisi del noi” provocata dalla globalizzazione la grande forza di Isis: esaltare le singolarità, anche attraverso il web partecipato e virale, e poi rimetterle insieme in una collettività. Che ci piaccia o no, il califfato offre solidarietà, cameratismo; e una prospettiva di futuro che è fondata sì sul rischio, ma inteso come opportunità di costruire un avvenire diverso, non come paura dell’ignoto. Scott Atran, provocatoriamente, la chiama “rivoluzione”, mentre Isis sarebbe un vero e proprio “movimento controculturale”, capace di affascinare i giovani offrendo loro una prospettiva di gloria e di riconoscimento da parte dei loro pari. L’Isis capitalizzerebbe sulla ribellione giovanile, sulla voglia di sognare, sulla propensione a rischiare, a sacrificarsi per degli ideali.

Prima di sminuire questi giovani che cantano a squarciagola la loro rabbia, che si danno pacche sulle spalle, che si accucciano ridendo davanti ai fuochi notturni e un momento dopo partono feroci ad uccidere ed uccidersi, pensiamo alle parole di George Orwell a proposito del Mein Kampf di Hitler: “quasi tutto il pensiero occidentale (…) ha presupposto tacitamente che gli esseri umani non desiderino nient’altro che vada al di là dell’agiatezza, la sicurezza e l’evitare il dolore….Hitler (…) sa che gli esseri umani non vogliono solo i conforti, la sicurezza, una giornata lavorativa breve, igiene, controllo delle nascite e, più in generale, buon senso; vogliono anche, almeno a intermittenza, lottare e abnegarsi”.

Quella che ci sembra una follia, se diventa collettiva, si chiama piuttosto ideologia.

Essere o non essere Charlie, ma é questo, veramente, il problema?

Riposto la mia riflessione su Charlie Hebdo e i fatti di Parigi uscita oggi su Il Manifesto.

A chi legge l’arabo, consiglio l’articolo di Al Akhbar che cito nel pezzo.

Per chi è interessato a capire come i media arabi hanno coperto la questione, il buon pezzo di Haaretz (anche se privo di link in lingua originale araba) e, sui media iraniani, Antonello Sacchetti.

Per finire consiglio il pezzo di Mark Levine, professore di Storia del Medio Oriente moderno a Irvine, California, uscito oggi su Al Jazeera English.

 

Europa e Islam, chi è Charlie veramente?

Tra innocenza e ipocrisia. Il problema dei valori e dell’identità rischia di nasconderne altri, più autentici, come i rapporti geopolitici e le ipocrisie dell’Occidente e del mondo arabo. Non a caso i sauditi frustano un blogger e tutti tacciono


Una giovane manifesta per Charlie Hebdo in una piazza di Aleppo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Soli­da­rietà idiota». Con que­sto titolo pro­vo­ca­to­rio, apparso qual­che giorno fa sul quo­ti­diano liba­nese Al Akh­bar, il gior­na­li­sta Amar Moh­sen defi­niva l’affannarsi media­tico dei musul­mani a pren­dere le distanze dagli attac­chi a Char­lie Hebdo.

Affanno che si tra­sfor­mava nell’hashtag #JeSui­sChar­lie (il più popo­lare della sto­ria di twit­ter), magliette, foto viral­mente dif­fuse in rete e su face­book. Tutti impe­gnati a dire: sono musul­mano, ma sono anche Char­lie. E come ogni sin­golo musul­mano era chia­mato a scu­sarsi a nome dell’intera sua spe­cie per un atroce gesto com­messo da uno spa­ruto gruppo, così l’attacco di due (per quello che ne sap­piamo) per­sone con­tro la reda­zione di un gior­nale è diven­tato imme­dia­ta­mente il ten­ta­tivo di espu­gnare il più pre­zioso dei nostri beni: la libertà di espressione.

Come in una catena di figure reto­ri­che, abbiamo tutti clas­si­fi­cato i fatti di Parigi come un attacco al «valore euro­peo» per eccel­lenza. E giù ancora un’altra, infi­nita catena di hash­tag, foto e dichia­ra­zioni di cit­ta­dini musul­mani che fanno pub­blica ammenda, che urlano «non in mio nome», per­ché io, «io sono Charlie».

Ma, come fa notare Moh­sen, ripreso anche da Haa­retz, il quo­ti­diano pro­gres­si­sta israe­liano, «quello che è suc­cesso a Parigi è un attacco fran­cese alla Francia».

I quat­tro sospetti, di cui tre ormai impos­si­bi­li­tati a par­lare e una spa­rita nel nulla, non sono forse cit­ta­dini fran­cesi, nati e cre­sciuti in Fran­cia, sep­pur di ori­gine araba, e musulmani?

Così come era di ori­gine araba, e musul­mano il povero poli­ziotto, Ahmed Mera­bet; eppure, per le leggi della Répu­bli­que che ha difeso con la vita, francese.

Come, per citare una sol­tanto delle vit­time, il grande Geor­ges Wolin­ski: che era cit­ta­dino fran­cese, ebreo, nato in un paese arabo, da padre polacco e madre tuni­sina. Un inno al mul­ti­cul­tu­ra­li­smo à la fra­nçaise, si direbbe.

Per­ciò chi è «Char­lie» vera­mente? Per­ché i musul­mani di tutto il mondodevono affan­narsi a dire: «anch’io sono Char­lie»? Per­ché essere musul­mano ed essere fran­cese dovreb­bero essere ele­menti in con­trad­di­zione fra loro in un paese fon­dato sull’éga­lité?

Forse, come fa notare Moh­sen con­dan­nando la nai­vetè della «soli­da­rietà idiota», sarebbe il caso di riflet­tere su come la Fran­cia abbia cre­sciuto que­sto Islam den­tro casa.

Sarebbe il caso di rive­dere i mar­gini con­cessi a paesi come l’Arabia Sau­dita nella gestione di moschee e scuole islamiche.

L’Arabia Sau­dita è il paese che ha con­dan­nato il blog­ger Raef Badawi a 10 anni di galera, una multa di oltre 200.000 dol­lari, e mille fru­state pub­bli­che, in piazza, per venti set­ti­mane suc­ces­sive (la prima dose di 50 è stata som­mi­ni­strata venerdì). Badawi chie­deva pub­bli­ca­mente di affron­tare alcuni argo­menti spi­nosi per la monar­chia sau­dita come l’abolizione della Com­mis­sione per la pro­mo­zione della virtù e la pre­ven­zione del vizio (qual­cosa di molto simile a quello che l’Isis ha isti­tuito nelle zone sotto il suo controllo).

Eppure la Fran­cia, l’Occidente intero, tace sull’Arabia Sau­dita. Anche rispetto a temi come l’avversione alla rap­pre­sen­ta­zione della figura reli­giosa mas­sima dell’Islam, Mao­metto. Se faces­simo un passo indie­tro nella sto­ria dell’Islam e del suo rap­porto con le imma­gini (chi vuole appro­fon­dire la que­stione può leg­gere i saggi della sto­rica dell’arte Chri­stiane Gru­ber sull’evoluzione della rap­pre­sen­ta­zione di Mao­metto nei secoli) tro­ve­remmo diverse raf­fi­gu­ra­zioni del pro­feta in minia­ture e mano­scritti. La cor­rente real­mente ico­no­cla­sta è quella waha­bita, apparsa a par­tire dal XVIII secolo, la cui sorte è inti­ma­mente legata alla sto­ria dell’Arabia Sau­dita e al patto di ferro fra la dina­stia al-Saoud e Moha­med al-Wahab.

Per­ciò di quale Islam par­liamo quando par­liamo di Islam? Il lea­der di Hez­bol­lah,Has­san Nasral­lah, ha con­dan­nato pub­bli­ca­mente gli atti bar­bari di Parigi. Anche auto­rità reli­giose ira­niane come Ahmed Kha­tami (non il pre­si­dente rifor­mi­sta, come fa notare giu­sta­mente sul suo bel blog Anto­nello Sac­chetti), con­dan­nano l’attentato in Fran­cia e lo dis­so­ciano dall’Islam. Potremmo con­clu­dere allora che l’Islam sciita di Iran ed Hez­bol­lah è «migliore» di quello waha­bita e ultra­con­ser­va­tore dei waha­biti (e in più non ha nem­meno pro­blemi di ico­no­cla­stia, come si nota dalle soap opera ira­niane che ogni anno a Rama­dan rap­pre­sen­tano figure reli­giose isla­mi­che senza alcun problema).
Ma in realtà non di una guerra di Islam diversi, più o meno con­ser­va­tori, si tratta; ma di una guerra di con­trollo geo­po­li­tico della regione fra l’Iran e il Golfo arabo, in prima fila Ara­bia Sau­dita e Qatar.

Quando Nasral­lah con­danna il ter­ro­ri­smo a Parigi il mes­sag­gio va in realtà a Riad o a Washing­ton e alleati: col­pe­voli di soste­nere la bomba del jiha­di­smo sun­nita in Siria, ormai scap­pata loro di mano ed esplosa nel cuore dell’Europa.

Noi ne fac­ciamo una que­stione di attac­chi alla «libertà di espres­sione», ai «nostri» valori «europei».

Leggo i com­menti inor­ri­diti alle email del pro­dut­tore ese­cu­tivo di Al Jazeera English, Salah-aldin Khadr, che scrive ai suoi di stare attenti alla «logica bina­ria» che costrui­sce oppo­si­zioni fra il (sup­po­sto) valore euro­peo per eccel­lenza , la libertà di espres­sione, e l’Islam retro­grado. Gente scan­da­liz­zata per il ten­ta­tivo di una rete di pro­prietà araba di affos­sare la libertà dei suoi dipen­denti occidentali.

Non so quanti hanno capito che anche quei musul­mani che hanno ucciso altri musul­mani nell’attentato a Char­lie Hebdo erano in realtà euro­pei, fran­cesi, che hanno ucciso altri euro­pei, altri fran­cesi. Non so quanti hanno capito che non si tratta di difen­dere libertà e prin­cipi astratti, quando nel con­creto non esi­ste più un «noi» verso un «loro», in una fase in cui gli inte­ressi eco­no­mici e geo­po­li­tici fanno e disfano alleanze, in cui le eco­no­mie di un paese sono con­nesse a quelle di un altro (e tutte sot­to­mosse alla real­po­li­tik del capi­ta­li­smo finanziario).

Non sapevo quanti l’avessero capito, fino a quando ho visto la foto di una ragazza siriana che faceva capo­lino die­tro un car­tello con scritto «Je suis Char­lie». Si era fatta foto­gra­fare, da sola, nella piazza di un’Aleppo ormai fan­ta­sma, svuo­tata dalla gente ma con que­sta pic­cola donna siriana scesa per mani­fe­stare la sua soli­da­rietà. Ho ripo­stato la foto insieme alla mia disperazione.

E forse, per la prima volta da quando uso twit­ter, ho rice­vuto migliaia di mes­saggi di gente dal mondo intero, che diceva gra­zie a que­sta pic­cola siriana; ed espri­meva la sua, la nostra, ver­go­gna per essere tutti noi Char­lie ma non essere mai voluti essere quella Siria in cerca della sua libertà nelle piazze di una pri­ma­vera 2011 che le leggi della geo­po­li­tica e della finanza glo­bale hanno deciso di affossare.

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Buon compleanno Abuna

Per il sessantesimo compleanno di Padre Paolo Dall’Oglio, rapito in Siria nel luglio 2013, Riccardo Cristiano ha scritto questo bel pezzo che ripubblico di seguito.

 

“Perché il vulcano siriano oltre a infangare l’uomo infangherà tutta questa regione, compresa Ninive, compreso il tuo Libano, se non ci svegliamo”

 

Una frase che Paolo ha detto a Riccardo e che non dovremmo mai scordare.

Ci manchi, Abuna. E le tue idee mancano in quest’assordante assenza di proposte coraggiose per salvare il futuro della nostra Siria, del nostro Medio Oriente…

 

Buon compleanno, Paolo

padredalloglio4Quando tutto immaginavo tranne che ti rapissero, ti dissi che forse sarei venuto a trovarti per il tuo compleanno lì nel Kurdistan iracheno dove ti eri trasferito. Parlavo del tuo 59esimo compleanno, non di questo 60esimo ormai alle porte. Ti eri trasferito lì in territorio curdo da quando eri stato espulso dalla Siria, e io seguitavo a chiederti perché il tuo cuore rimanesse lì, tra i siriani, benché tu mi dicessi che ogni paese è patria per un discepolo di Gesù. “Perché il vulcano siriano oltre a infangare l’uomo infangherà tutta questa regione, compresa Ninive, compreso il tuo Libano, se non ci svegliamo”. Era questa la tua risposta.

E oggi non posso dimenticare che pochi giorni prima, a maggio 2013, cioè un anno e mezzo fa, poco prima di essere sequestrato dai terroristi dello Stato Islamico, mi avevi detto che ” nessuno è veramente interessato ai cristiani orientali, perché se davvero lo fossimo davanti a questa occasione irripetibile della primavera araba, che chiede libertà e democrazia- una democrazia colorata di Islam come da noi è colorata di radici cristiane- ci saremmo attivati per aiutarla. Non è stato così e allora prima o poi non ci resterà che indire un’altra giornata della memoria.”

Il fatto, carissimo Paolo, è che senza lenti deformate o deformanti tu avevi visto che la Primavera nasceva da un’agenda laica e non violenta in un contesto islamico. In Siria poi nasceva guidata e incarnata da giovani donne. Gli opposti integralismi, panarabisti e panislamisti, figli di generali golpisti, di miliziani khomeinisti o di petromonarchi tanto miliardari quanto oscurantisti, si sarebbero impegnati in tutti i modi per combattere la Primavera da sponde opposte, le sponde di disegni egemonici incompatibili su tutto tranne che su un punto, distruggere la primavera laica, democratica, giovane.. “Cittadina” la definiva tu, cioè portatrice di un’istanza di cittadinanza che è l’unica capace di cambiare il Medio Oriente, non contro qualche comunità, ma con i giovani di tutte le comunità, che le vogliono preservare, non accettando più di viverle come caserme.

Oggi i folli disegni anti-umani degli opposti estremismi stritolano la Primavera, quella rivoluzione che Ziad Majed, grande intellettuale arabo e grande amico di un martire del cristianesimo orientale, Samir Kassir, ha definito “la rivoluzione orfana”. Orfana della nostra solidarietà, non certo dei suoi nemici giurati, petromonarchi e pasdaran, ma di un’attenzione che sostenesse la sua richiesta ineludibile e per definizione non-violenta: la cittadinanza, una cittadinanza condivisa per tutti, musulmani e cristiani, curdi e drusi, in un Medio Oriente i cui popoli non vogliono più né panarabismi né panislamismi, né tantomeno terrorismi.
Quelle popolazione vogliono tornare a essere fatte da individui portatori di una dignità come solo una democrazia può consentire, quella che tu chiamavi “una democrazia colorata d’Islam, come la nostra è colorata di radici di cristiane.”

E chi non si rassegna a questa realtà, si guardi intorno, guardi i monumenti, guardi le cupole senza le quali le nostre città non sarebbero tali. Eppure queste città così intrise di radici cristiane rimanendo tali , grazie a Dio, oggi non discriminano più, anche se tanto resta da fare per un vero multiculturalismo europeo. Lo stesso processo può avviarsi finalmente in Medio Oriente, un Medio Oriente che non discrimini più, come vorrebbero i suoi figli, i suoi giovani. E la Tunisia sta lì a dirci che senza l’intervento militare dei nemici esterni della Primavera questo esito è possibile, e sa vincere nelle urne.

Spero che subito dopo questo tuo compleanno ne torneremo a parlare, Paolo.

Fonte: “Il Mondo di Annibale”

15 novembre 2014

Da’ash (ISIS) visto dai media siriani

Dallo scorso 4 Novembre abbiamo cominciato, insieme ad Arab Media Report, e con la preziosa collaborazione di Qais Fares, un monitoraggio dei media arabi rispetto alla questione ISIS altrimenti detto Da’ash con il suo acronimo arabo (che userò d’ora in avanti). Dalle nostre conversazioni è nata l’esigenza, che speriamo venga apprezzata dai giornalisti e dai media nostrani, di mostrare un altro sguardo sulla questione Da’ash, oltre a quello che leggiamo sulla stampa di lingua inglese (e sulla nostra).

Come parlano i media arabi di Da’ash? Per chi non conosce la complessità del sistema mediatico arabo, questa sembrerà forse una domanda banale, o una semplice questione di tradurre articoli e programmi televisivi dall’arabo.

Ma con un panorama di oltre 600 canali televisivi satellitari, ognuno di essi espressione di un potere (di stato o di corporation; più spesso di entrambi), e complessissime dinamiche di geopolitica dei media, la risposta di come la stampa e la televisione della Regione vedono Da’ash merita approfondimenti e contestualizzazione.

Da qui la proposta di Arab Media Report, di esaminare quanto più è possibile, in profondità, e nel loro contesto geopolitico, le posizioni dei vari media outlets di lingua araba.

La prima puntata, uscita il 4 Novembre, riflette sulla rappresentazione di Da’ash nei media siriani. Abbiamo fatto una selezione di stampa e TV, con un occhio puntato sull’intrattenimento (in questo caso le acclamate musalsalat siriane, le soap opera da sempre impegnate a dare un punto di vista  sull’attualità politica). Una selezione non certo esaustiva ma che si spera, in futuro, possa espandersi, nell’auspicio di una collaborazione con media e organizzazioni del nostro paese interessate a capire meglio la questione del terrorismo internazionale affrontata dai diversi punti di vista presenti nel mondo arabo.

Prossimamente parleremo di Da’ash visto da Libano, Iraq, e dai media panarabi come Al Jazeera e Al Arabiya. Buona lettura!

I Media siriani raccontano Da’ash: “un nido di vespe occidentali”

L’autoproclamato Stato islamico dell’Iraq e del Levante, Isil, meglio noto in Medio Oriente con il suo acronimo arabo Da’ash, invaderà presto il mondo della fiction panaraba. Ad annunciarlo è il regista siriano Najdat Anzour, noto per lavori come Nihayat rajul shuja (La fine di un uomo coraggioso) che hanno rivoluzionato il linguaggio delle fiction televisive arabe nella metà degli anni ‘90. Non è la prima volta che Anzour affronta temi come il terrorismo jihadista nei suoi lavori televisivi. Nel 2005 aveva firmato Al-hurr al ayn, (Le vergini del paradiso) su un attentato ad un compound in Arabia Saudita dove trovarono la morte diverse famiglie arabe; mentre l’anno successivo produceva la serie televisiva Al-mariquona (I rinnegati) che si interrogava sull’origine dell’estremismo religioso e del terrorismo di matrice jihadista in diversi paesi arabi, dal Libano all’Iraq.

Anzour sta ora lavorando a un film prodotto dall’agenzia governativa siriana per il cinema e la televisione, con un sostanzioso budget di 400 milioni di lire siriane, che si concentrerà suDa’ash, l’organizzazione terroristica più temuta e dibattuta al momento in Medio Oriente come in Occidente. Dalle dichiarazioni rilasciate da Anzour rispetto a Thousand days in Syria, un suo precedente lavoro che il regista starebbe ultimando con la promessa di raccontare la “realtà” degli eventi di questi ultimi anni in Siria, sembra evidente che il suo nuovo film, in uscita nel 2015, inquadrerà il jihadismo contemporaneo di Da’ash nell’ottica dell’ennesimo complotto israelo-americano mirato a destabilizzare il paese.

Questo sembra confermare una tendenza già esplorata nella monografia di Arab Media Report su La fiction siriana. Mercato e politica della televisione nell’era degli Asad, per cui lemusalsalat, serie televisive siriane, hanno il compito di trasportare nella narrazione del Ramadan argomenti di attualità sui quali il paese è chiamato a sviluppare un certo tipo di immaginario e sentire collettivo. La tendenza ufficiale dei media siriani, confermata anche attraverso opere fiction di qualità realizzate da questa élite di produttori culturali di talento, rispetto al jihadismo contemporaneo di Da’ash, è di leggerlo come l’ennesimo virus post-coloniale diffuso allo scopo di assoggettare paesi sovrani come la Siria alla volontà di Israele e Stati Uniti. Questa narrativa, che già per tradizione legge ogni fenomeno di destabilizzazione del regime siriano in termini di cospirazione israelo-statunitense, oggi si arricchisce di una serie di sfumature: nuove minacce perpetrate da Turchia e paesi del Golfo, accusati di finanziare l’organizzazione terroristica con l’obiettivo di rovesciare Bashar al-Asad.

Un esempio lampante di questa lettura viene offerto dal quotidiano governativo Tishreen. In un articolo pubblicato lo scorso 19 ottobre dal titolo La… laysa hada huwa al-hal (No, non è questa la soluzione) la caporedattrice del giornale, Raghda Mardini, si interroga sulle conseguenze della politica statunitense nella regione araba. In un atteggiamento tipico dei media governativi siriani, l’editoriale accusa “i mercenari di Washington” di aver ideato -una volta spinta la formazione di un’opposizione politica o, meglio, di “coloro che vengono chiamati dissidenti siriani moderati”- l’ennesimo pretesto per minacciare la sovranità territoriale siriana, con lo scopo di proteggere Israele, e l’aiuto finanziario dell’Arabia Saudita.

Tishreen mette insieme, in un unico grande calderone politico, l’America neocoloniale, il Golfo, la Turchia, e il Mossad israeliano, accomunati nello scopo di plasmare un’organizzazione terroristica come Da’ash per riconquistare il controllo strategico sulla regione araba ridisegnandone i confini, e allo stesso tempo salvaguardare la sicurezza di Israele. Ciò farebbe parte, secondo Mardini, di una strategia, concordata dai servizi segreti statunitensi e britannici in collaborazione con quelli “sionisti”, che va sotto il nome di “strategia del nido di vespe”, e che avrebbe lo scopo di dare vita ad un’organizzazione terroristica capace di reclutare volontari in tutto il mondo per garantire, fra le altre cose, la “protezione” di Israele. Per sostenere questa tesi cospirativa, l’autrice afferma che l’esistenza del “nido di vespe” sarebbe stata provata da un leak di documenti provenienti direttamente dall’agenzia di sicurezza nazionale Usa; una tesi presente in diversi media pro-Asad, in particolare siti web e agenzie informative online, che indicano Edward Snowden come fonte delle rivelazioni sulla collaborazione fra Mossad e servizi segreti anglo-americani. La conclusione di Mardini è, dunque, che la coalizione internazionale anti-Isil nasconda altre agende strategiche dietro la scusa di sradicare un’organizzazione in realtà creata dagli stessi poteri ufficialmente schierati contro di essa.

Allo stesso tempo, i media siriani devono tenere conto, nella loro narrazione degli eventi legati a Da’ash, dell’ambiguità della posizione ufficiale della Siria. Se infatti, da una parte, il governo – e i media di sua proprietà, come Tishreen – ritraggono Da’ash come il frutto di una nuova cospirazione mirata a destabilizzare il paese e a proteggere Israele; dall’altra Al-Asad ha bisogno della minaccia terroristica per sostenere la narrativa ufficiale adottata sin dall’inizio delle proteste anti-regime, nel marzo 2011. In quest’ottica, che vede l’esercito siriano impegnato a combattere cellule terroristiche attive sul territorio nazionale, il ministro degli esteri Walid al-Moallem, in una conferenza stampa tenuta lo scorso 25 agosto, aveva teso la mano a un’eventuale coalizione internazionale anti-Da’ash, a patto che venisse attuata con il coordinamento siriano. In seguito al rifiuto di Washington, la posizione del governo siriano è rimasta ambigua.

Negli articoli del quotidiano Al-Watan questo atteggiamento contraddittorio diventa evidente.Al-Watan appartiene nominalmente alla stampa privata; di fatto, è controllato dal gruppo di proprietà del cugino di Bashar al-Asad, Rami Makhlouf, uno degli imprenditori più potenti del paese (formalmente ritiratosi dagli affari nel 2011 in seguito alle proteste di piazza). Studiando la copertura del fenomeno Da’ash, non è raro imbattersi in una doppia lettura che riflette perfettamente l’ambigua posizione del governo siriano. L’edizione dello scorso 23 settembre, per esempio, accomuna la lotta anti-terrorismo portata avanti dalla coalizione internazionale anti-Isil a quella del governo; come se quest’ultima fosse ulteriormente legittimata dal fatto che la minaccia terroristica è stata ufficialmente riconosciuta, al punto tale da spingere le potenze mondiali ad intervenire in Siria. Il giornale lascia indovinare una sintonia fra Damasco e la coalizione, rivelando che il segretario di stato Usa John Kerry avrebbe contattato Al-Moallem prima di colpire militarmente le postazioni dell’Isil nel paese, azione che la Siria avrebbe salutato favorevolmente. E questo, secondo quanto emerge dalla lettura di Al-Watan, non allo scopo di informarlo soltanto di ciò che stava per accadere; ma con l’obiettivo di stabilire un coordinamento con il governo siriano.

Allo stesso tempo, però, non mancano articoli critici e sulla scia cospirativa, che tendono a ricondurre la nascita e l’ascesa di Da’ash ad un progetto tutto americano mirato a distruggere il Medio Oriente. In un articolo dello scorso 12 ottobre dal titolo “La sorprendente fabbricazione mediatica dell’immagine di Da’ash“ , Sayyah Azzam scrive che il packaging mediatico dell’organizzazione terroristica serve a dare ragion politica, sociale e militare a ciò che viene definito “Islamofobia”, e che già aveva fornito la giustificazione all’occupazione dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Irak nel 2003. Secondo il giornalista, la creazione di una certa immagine di Da’ash è funzionale a bloccare l’aspirazione dei popoli arabi ed islamici alla stabilità ed alla sicurezza, e volta a garantire quella di Israele. Così, come nel periodo della guerra fredda l’Unione Sovietica e “la minaccia comunista” erano i bersagli della propaganda mediatica occidentale, oggi lo diventa “la minaccia islamica”. Il quadro ideologico entro il quale l’islamofobia prende forma è composto da opere come quelle di Samuel Huntington e la sua filosofia dello “scontro di civiltà”, o di Francis Fukuyama e la sua “fine della storia”; fino ad arrivare a George W. Bush e al motto: “chi non è con noi è contro di noi”. Azzam affianca a questo aspetto ideologico della strategia occidentale anche un risvolto business: la costruzione mediatica della minaccia islamica attraverso il nuovo nemicoDa’ash andrebbe a tutto vantaggio delle ditte occidentali che si occupano della ricostruzione una volta che i bombardamenti e le strategie militari  lasciano il posto a quelle commerciali. L’articolo conclude sollevando una serie di domande relative alle sorprendenti capacità tecniche, economiche, mediatiche di Da’ash; suggerendo che tutto ciò va a vantaggio di un Occidente il cui scopo è distruggere l’immagine dell’Islam e dei popoli arabi ritranedoli come barbari e incivili, e approfittandone per invadere la regione e riaffermare la sua egemonia geopolitica.

Nelle pagine interne di Al Watan, articoli critici come quello di Azzam sono spesso affiancati da cartoni e illustrazioni satiriche come questa di Fares Gadabet, dove è evidente come il “genio” Da’ash esca direttamente dal cappello dello Zio Tom.

Della Ratta

L’ambiguità del governo siriano leggibile attraverso Al-Watan si trasforma, nel caso della televisione di stato Syria TV, in un incredibile diniego. E’ surreale guardare i programmi diSyria TV, quasi tutti concentrati sulla questione delle “riforme”. Non è un caso assistere a riunioni in diretta del parlamento, o a talk show che dibattono lo stato delle riforme nel paese in settori come l’agricoltura, la sanità, l’istruzione; come se la Siria non si trovasse in uno stato di emergenza e guerra civile. D’altra parte, la normalizzazione della situazione e l’insistenza sulle riforme che il governo avrebbe attuato o starebbe per attuare sono punti della strategia che la presidenza di Bashar al-Asad segue da oltre un decennio. Sin dall’inizio del suo mandato, infatti, il presidente siriano ha insistito sulla necessità di implementare le riforme, sia economiche che politiche, nel paese; d’altra parte, secondo la narrativa ufficiale, questo processo riformista è stato bloccato dalla continua ingerenza occidentale negli affari della Siria e della regione araba. La guerra in Irak del 2003, e gli squilibri che hanno fatto seguito all’occupazione americana dell’area, avrebbero impedito al riformismo di al-Asad di attuarsi, costringendo il governo siriano ad una strategia concentrata sulla difesa militare dalle minacce esterne, piuttosto che sul miglioramento delle condizioni economiche, sociali, e politiche all’interno del paese. Questa narrativa, che ha accompagnato l’intero mandato di Bashar al-Asad, è stata reiterata più volte all’inizio delle manifestazioni del marzo 2011, e continua tuttora.

La televisione di stato è l’arma mediatica per eccellenza di questa strategia. I suoi programmi insistono sulle riforme e sulla volontà del governo di portarle avanti, nonostante la minaccia terroristica di Da’ash: che viene letta come frutto della cospirazione occidentale e israeliana volta a destabilizzare il paese e a minarne la sovranità. Insieme all’insistenza sulle riforme, i programmi di Syria TV enfatizzano la storia del paese legata alle conquiste di Hafez al-Asad, il padre dell’attuale presidente. Lo scorso 16 ottobre, in occasione della celebrazione del giorno delle forze armate aeree, la televisione di stato ha mandato in onda un discorso di Hafez al-Asad al popolo siriano datato 6 ottobre 1973, il giorno dell’inizio della guerra dello Yom Kippur: il conflitto che per il mondo arabo ha segnato la rivincita contro Israele dopo la clamorosa sconfitta della guerra dei sei giorni, 1967. Simbolicamente, rimandare in onda quel discorso proprio nei giorni in cui l’esercito siriano subiva sconfitte nell’aree di Raqqa ad opera di Da’ash, signifca ribadire che il governo siriano è forte e la vittoria è vicina. Il tutto, sotto la leadership di Asad -il “leader immortale” (al qa’ed al khalid, uno degli appellativi con cui è noto Hafez al-Asad)- che continua ai nostri giorni e deve proseguire nel futuro.

Ma i tempi sono cambiati, anche per la Siria degli al-Asad. E altre figure di leader si affiancano oggi, mediaticamente, ad Hafez e Bashar. Non è raro imbattersi in programmi della televisione di stato come quello del 10 ottobre scorso, sulla vita e le imprese di Mao Zedong: segno del ruolo fondamentale, strategico sia dal punto di vista militare che da quello economico, che la Cina gioca oggi nel determinare il futuro e la sopravvivenza della Siria degli al-Asad.

Immagine nell’articolo: vignetta del 16 ottobre 2014 di Fares Garabet, giornale Al-Watan (Siria) 

Ha collaborato Qais Fares

Le nostre ossessioni di schermi, da Bin Laden allo Stato Islamico

Settembre 2001, la più grande paura (e ossessione) mediatica dell’Occidente si chiamava Osama Bin Laden. Appariva minacciosamente con il logo dorato di Al Jazeera alle spalle, l’inquadratura era studiata con semplicità, dietro il mezzobusto di Osama campeggiava un paesaggio roccioso con un solo accessorio di scena: il kalashnikov. L’apparizione parlava piano, con studiata lentezza scandiva parole in arabo classico, la lingua del Corano, ma anche della letteratura, della poesia, e dei notiziari televisivi nel mondo arabo. Bin Laden terrorizzava l’Occidente intero ma lo costringeva a tradurre, ad avvicinarci “noi” a “loro”, per comprenderne la minaccia, il perché di tanto odio, il perché di quel kalashnikov sul fondo dello schermo.

Sono passati oltre dieci anni, e tante guerre: Afghanistan, Irak, per nominare solo quelle direttamente collegate alle apparizioni televisive di Bin Laden. Il disperato nostro tentativo di spegnere quell’immagine minacciosa nel sangue: sparare a caso nei posti del terrore per stanare l’immagine e cancellarla.

Poi, dieci anni dopo, sono arrivate le primavere arabe. L’occasione storica offerta al mondo arabo per riscattarsi dalla sua “barbarie”, per provare che è capace di chiedere dignità e democrazia. L’occasione era talmente ghiotta per noi Occidente che abbiamo trovato una bella espressione pulita, “primavera”, per raccontare una stagione che doveva contenere rinascita, ma non sangue; rivoluzione, ma non violenza. I nostri media si sono uniti nell’abbraccio collettivo alle primavere arabe: rivoluzioni per il consumo digitale, i gelsomini che profumano per tutta la Tunisia, la piazza egiziana di Tahrir che offre la più bella inquadratura televisiva possibile, ventiquattroresuventiquattro accesa su un popolo che fa fuori il suo dittatore in un’atmosfera quasi carnevalesca. Il più grande spettacolo televisivo del secolo. I nostri media impazziti per questi giovani arabi, blogger, attivisti, che impugnano telecamerine e cellulari invece che il kalashnikov del loro antenato delle caverne.

E oggi arriva l’inverno. Siamo delusi, profondamente delusi da un mondo arabo che non ce l’ha fatta. Ha avuto la sua occasione, e l’ha bruciata. Il mondo arabo non è capace di chiedere giustizia, dignità, democrazia. Non è nel suo DNA. C’è qualcosa di marcio ad Oriente.

Così la primavera è finita, i media hanno cambiato i titoli.

I giovani arabi stanchi delle botte prese hanno mollato i cellulari e imbracciato -magari i kalashnikov!- pugnali e spade con cui oggi tagliano gole e teste. E così c’è una nuova minaccia che imperversa sui nostri schermi, tutti i nostri schermi mobili, portatili, piccoli e grandi: si chiama ISIS, ISIL, o semplicemente IS, Stato Islamico.

Non parla più l’idioma incomprensibile e troppo aulico di Bin Laden: si rivolge a noi direttamente nella nostra lingua, l’inglese, addirittura sfumandola nello slang cool delle periferie dove nasce il rap, l’hip hop, la cultura giovanile occidentale “cutting edge”.

Non ha più bisogno di Al Jazeera per far arrivare il suo messaggio. Ha il tesoro prezioso dell’Occidente a sua disposizione, Internet: i centoquaranta caratteri di Twitter, le segnalazioni di stato di Facebook, i “mi piace” di YouTube. Sa costruire apps che butta dentro il calderone di Google Play Store senza che neppure i nerdoni di Silicon Valley se ne accorgano. Monta video del terrore con camere HD, costruisce inquadrature complesse, zoomma e dissolve. Ed è chiaramente a noi che parla: “a message to America”.

Ironia della sorte, i nostri media che all’unisono nel settembre duemilauno chiedevano ad Al Jazeera di spegnere l’immagine di Bin Laden, di sottrarre il microfono a quella voce pacata e minacciosa in nome della sicurezza internazionale, del non istigare ulteriore odio e terrorismo, oggi fanno a gara a parlare dell’ISIS. Non passa un giorno che non si leggano articoli che ossessivamente scandagliano “la strategia mediatica” dello Stato Islamico, la loro scaltrezza techie, la loro familiarità con i “nostri” social media. Fiumi di inchiostro e pagine web e persino reportage video “embedded” con i soldati dell’ISIS – un pò come si faceva in Irak 2003 con le truppe americane -descrivono minuziosamente il loro stile di vita, nei deserti siriani ed iracheni così come online, nei meandri dei social networks dove impazzano di followers.

Tutto si compie nella celebrazione del momento: come sono bravi questi barbari, qui ed ora, a usare questi nostri media qui ed ora. Pochi, troppo pochi si sono chiesti da dove viene lo Stato Islamico, e perché si manifesti e si imponga proprio in questo momento. Le ragioni storiche vengono continuamente sacrificate all’altare dell’instantanea, dell’intervista intelligente in sessantasecondi, dei centoquarantacaratteri, dell’articolo tempo di lettura dueminuti e quarantacinque.

Eppure l’ossessione mediatica per l’ISIS è principalmente ossessione occidentale. Oggi che Al Jazeera esce di scena come megafono necessario di Bin Laden, oggi che il mondo arabo sta veramente cambiando sotto i nostri occhi, anche se non ce ne accorgiamo mentre misuriamo il cambiamento in termini stagionali di primavere ed inverni, oggi anche i media arabi parlano un’altra lingua quando parlano dell’ISIS. Leggere articoli della stampa araba o ascoltare discussioni sui canali panarabi apre lo sguardo su un altro mondo: il binomio ISIS-social media è lontano dalla glorificazione a cui lo sottopone l’Occidente, e lungi dall’essere il solo, ossessivo punto di discussione. L’esistenza dello Stato Islamico ha aperto un dibattito nel mondo arabo (e anche una spaccatura nel mondo sunnita) che si riflette sui media: cosa vuol dire essere musulmano oggi, da dove arriva questa violenza, cosa ne è delle nostre rivoluzioni, come facciamo ad impedire che il terrorismo non sia una nuova scusa fabbricata per sottometterci ancora, un nuovo Sykes-Picot rivisto e aggiornato in versione 2.0.

Ascoltando quello di cui discute il mondo arabo un dubbio emerge: che sia la nostra ossessione a produrre il mostro che ci perseguita. Come se a furia di discutere morbosamente dei talenti multimediali dell’ISIS lo facessimo diventare veramente talentuoso. Legittimamente sale il dubbio se il silenzio stampa che cercavamo di imporre ad Al Jazeera negli anni di Bin Laden non fosse piuttosto la nostra rabbia di non avere noi, sui nostri schermi, il terrorista del momento in diretta esclusiva. Lo Stato Islamico sembra aver colto questa contraddizione in cui ci dibattiamo, e per questo forse non crea problemi se a chiedere di seguire i suoi soldati giorno e notte a Raqqa e dintorni è Vice, la bibbia del glamour lifestyle, che spazia da come si cucina sano e vegano a come si muore barbaramente decapitati per mano di un gruppo sanguinario ma tecnologicamente cool (e nessuno, ahimé, nel nostro civile Occidente si scandalizza se il giornalista decapitato di turno si chiama Bassam Raies, ed è siriano: ma urla vendetta quando lettere a noi familiari riempiono i sottopancia degli schermi di sangue).

E’ come se l’ISIS abbia toccato il punto più debole del nostro Occidente: la morbosità per lo spettacolo violento; ma che sia e rimanga, appunto, spettacolo. Che ci siano migliaia di schermi, piccoli e grandi, camere e YouTube, portatili e HD home video, fra “noi” e “loro”. Il binomio nuova tecnologia e violenza che alle nostre teste occidentali sembra così assurdo, così inaccettabile (“barbari” e “tecnologici” sono due parole che spesso mettiamo insieme nelle nostre analisi); dentro le nostre pance, invece, quelle a cui parlano i media -l’emisfero destro di McLuhan -, fa scattare qualcosa di ancestrale.

Dalla fine della seconda guerra mondiale abbiamo scacciato la guerra e la violenza fuori dalle nostre porte di fortezza occidentale. La morbosità per la violenza si è trasferita sugli schermi, si è mediatizzata, il sangue si è sciolto nei pixel dei nostri HD home video, ma è ancora lì in agguato. E ci piace ancora consumarla, esaltarla nel momento stesso in cui ufficialmente la ripudiamo.

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Recupero il bel libro di Don De Lillo, “Mao II”. E’ profetico quando osserva che:

c’è un curioso nodo che lega romanzieri e terroristi”. “In Occidente”, dice Bill il romanziere protagonista del libro, “noi diventiamo effigi famose mentre i nostri libri perdono il potere di formare e di influenzare (…). Anni fa credevo ancora che fosse possibile per un romanziere alterare la vita interiore della cultura. Adesso si sono impadroniti di quel territorio i fabbricanti di bombe e i terroristi”.

Gli scrittori hanno ceduto il passo ai terroristi, che parlano alle coscienze più dei libri che scriviamo, delle nostre pallide riflessioni intellettuali, dei nostri dibattiti timidi. Invece i terroristi parlano la lingua trionfante della contemporaneità, la lingua veloce degli hashtag e dei “mi piace”. E i nostri media gli offrono schermi e pagine su un piatto d’argento.

Perché di fondo esiste una lingua comune, una lingua che accomuna la nostra ossessiva voglia di consumare violenza e coloro che la violenza la producono.

Nel mezzo, c’è un mondo arabo che il mondo ignora perché non riesce ad entrare nei centoquarantacaratteri e non si riassume in hashtag, non si filma e dissolve in HD, e la sua primavera non è passata attraverso il profumo dei gelsomini digitali ma continua a puzzare di corpi martoriati, carne e sangue di gente che ancora muore -mentre sui nostri media si esaltano l’ISIS e i media- per ragioni che forse non abbiamo mai veramente voluto ascoltare.

Riflessioni sparse su ISIS, stampa, e attivismo in Italia

In questi giorni l’ISIS o ISIL o semplicemente IS è tornato alla ribalta della stampa mondiale dopo il video shock dell’uccisione del giornalista americano James Foley. 

Come se prima la “minaccia ISIS” non fosse esistita, o fosse stata miracolosamente sotto controllo (tanto è “circoscritta” alla Siria e all’Irak), ora invece non si sente che parlare di questo, ovunque.

Sono abituata a leggere una stampa italiana facilona, leggera, poco informata e molto ideologica soprattutto quando si parla di Medioriente.

E però oggi quello che mi colpisce di più sono le dichiarazioni del gruppo Wu Ming, riprese da molti attivisti e ribattute sui social network come santa verità. Premesso che rispetto il lavoro di Wu Ming su altri fronti, devo però dire che i loro 30 punti pubblicati su Twitter a proposito dell’ISIS fanno acqua dappertutto.

Innanzitutto per la centralità accordata al PKK e al suo ruolo nel combattere l’ISIS, senza nemmeno fermarsi un attimo a pensare da dove nasce in realtà questa formazione estremista, e cioè innanzitutto dalle radici malate del regime siriano. Purtroppo, cari Wu Ming, se il PKK ha piede libero per combattere l’ISIS è anche perchè al regime siriano il PKK non dispiace, nella misura in cui dà fastidio alla Turchia. La Turchia infatti è oggi nemica giurata di Assad, che ha fatto di tutto in questi ultimi anni per supportare lotte indipendentiste che diano fastidio ai turchi, ergo il PKK è lasciato libero di operare.

Sostenere che il PKK sia la forza principale di resistenza anti-ISIS è un grave errore storico, che non tiene conto di come è iniziata la rivolta in Siria, nè delle forze in campo sia all’interno del regime siriano che in quel ginepraio che si chiama oggi opposizione siriana. E’ grave, però, nonostante il caos oggettivo che si è prodotto all’interno delle fila della resistenza anti-Assad, scrivere che ci sono “altre resistenze all’ISIS, episodi di rivolta e di risposta armata anche da parte di popolazioni arabe sunnite”. Che vuol dire, cari Wu Ming? che i sunniti stanno lì a guardare l’ISIS o a parteggiare per loro, se non qualche sporadica “popolazione” che vi si oppone?

Chi sono, poi, secondo voi, i sunniti? la maggior parte della popolazione della Siria è sunnita. Voi a chi vi riferite? sono tutti con l’ISIS, tranne qualche sporadica “popolazione”? che vuol dire, poi, “popolazione”?

E poi, voi dite che “molti combattenti (del PKK) in prima linea sono donne. Cosa che fa sclerare una forza ultra-misogina come l’IS/ISIS”. Certo, l’ISIS è misogina, non ci sono dubbi. Ma non si può affermare che non ci sono donne a combattere con l’ISIS, anzi, ci sono addirittura battaglioni. Se leggete l’arabo vedete cosa dice la stampa araba in proposito, per esempio qui.

Dire che “il PKK è una forza di massa laica” non basta. Cerchiamo di evitare la pericolosa equivalenza: laici=buoni vs islamici= cattivi. L’ISIS non c’entra con l’Islam, usa l’Islam come scusa, come tanta politica -dappertutto nel mondo, non solo quello arabo- ha da sempre usato la religione come giustificazione di atti efferati.

D’altra parte però il laicismo non è per sua natura sinonimo di bontà, libertà e democrazia. Assad allora dove lo mettiamo? In questi giorni il regime siriano riprende punti in Occidente proprio perchè è “laico”. Ma il regime di Hitler non era laico lo stesso?

Non so perchè il centro del vostro articolo sia il PKK, formazione che non è centrale nell’esistenza (e nemmeno, purtroppo, nella possibile sconfitta) dell’ISIS. L’ISIS è il prodotto di una situazione istigata dal regime siriano fin dall’inizio di una rivolta popolare che era, quella sì, “laica”, ma nel senso che urlava: il popolo siriano è uno. In piazza sono scesi cittadini siriani di tutte le fedi, sunniti, sciiti, alawiti, curdi, cristiani, tutti uniti nella richiesta di diritti civili. Assad e il suo regime “laico” hanno da subito giocato una carta settaria; dopo tre anni di morti, violenze, repressioni, pare che abbia dato i suoi risultati. Dall’altro lato, l’America ha chiuso un occhio su stati del Golfo che, indirettamente tramite donatori privati e vie traverse, finanziavano gruppi armati di estremisti sunniti invece che supportare una resistenza civile siriana che a nessuno, pare, interessava vincesse. Vi consiglio questo articolo che spiega i legami fra l’Arabia Saudita e il jihadismo sunnita, molto ben scritto e informato; e quest’altro, del Guardian, sui legami fra Assad, al-Maliki, e l’emergere dell’ISIS.

Il centro della questione non è il PKK; non sono le donne; non è il laicismo. Il centro della questione è un regime disposto, pur di soffocare una rivolta interna, trasversale alla popolazione, di tutte le appartenenze religiose ed etniche, a soffiare sul fuoco dell’odio settario; a trasformare il tutto in una guerra “sunniti-sciiti”, dove i sunniti sono ormai tutti jihadisti estremisti e gli sciiti – cioè l’Iran, e la stessa Siria della casa alawita di Assad – stanno tornando a fare la parte dei “buoni”.

La profezia del terrorismo islamico che il regime di Assad sbatte in faccia al mondo dalla primavera 2011 (quando in piazza c’era gente con le mani alzate che moriva a grappoli) si è finalmente “auto-avverata”. Oggi non solo il terrorismo islamico è di nuovo una realtà; ma è una realtà che serve a legittimare internazionalmente la Siria di Assad, “laica” e “anti-jihadista”, con cui adesso gli Usa e l’Europa finiranno persino per allearsi per combattere il mostro islamista. Il paradosso è che questo mostro proprio da loro, proprio da noi, è stato generato. E oggi ci interessa soltanto sconfiggerlo, dimenticandoci delle decine di migliaia di attivisti pacifisti messi in galera da Assad, senza processo, che forse mai più usciranno di prigione; dei milioni di sfollati siriani, dentro e fuori la Siria; dei bombardamenti che continuano imperterriti in Siria, in zone dove l’ISIS non c’è (vedi il campo palestinese di Yarmouk), e dove invece l’ISIS c’è, beh vediamo quante volte l’esercito siriano ha veramente provato a bombardarlo. Ci dimentichiamo dell’attacco chimico di soltanto un anno fa, quando il dito del mondo, prima di tutti degli USA, era puntato contro Assad. Ci dimentichiamo delle migliaia di oppositori del regime, alawiti, cristiani, laici, e non solo sunniti, intellettuali, artisti, professori universitari, in esilio in Europa che provano a farci capire con che tipo di regime abbiamo a che fare. Ci dimentichiamo persino di ex-appartenenti al regime, militari e non, cristiani, alawiti, sunniti, che una volta lasciata la Siria hanno raccontato delle torture, delle morti, delle violenze del casato di Assad.

Tutto questo ce lo dimentichiamo, in nome della santa guerra al terrorismo islamico. Assad ha ben imparato la lezione degli USA: quando sei in pericolo costruisci un nemico più grande. Così ha fatto. L’ISIS ha salvato Assad. Assad ha bisogno dell’ISIS, per riguadagnare legittimità internazionale. Europa e USA hanno bisogno di Assad per salvarci dalla minaccia del terrorismo internazionale.

E articoli come quelli che escono sulla stampa nostrana, compreso il vostro cari Wu Ming, non fanno che semplificare una questione che diventa sempre più complicata, e fanno perdere di vista il fatto che il popolo siriano, nella sua ricchezza e diversità etnica e religiosa -e non solo i curdi del PKK che ci piacciono perchè sono “laici e femministi e socialisti libertari” -sta soffrendo e prova a combattere una doppia mostruosità, quella dell’ISIS e del regime che l’ha creato.

A year of waiting/Un anno di attesa

E’ passato un anno (e un giorno) da quel 29 luglio 2013 quando il nostro Paolo Dall’Oglio si è volontariamente consegnato alle milizie dell’ISIS a Raqqa per tentare una negoziazione dalla quale non è mai tornato.

In quest’anno abbiamo scritto, sollevato domande, dibattuto, mai smesso di sperare, ma nessuna notizia è arrivata sulla sorte del nostro Abuna.

Ieri la famiglia ha deciso di rilasciare un comunicato stampa e un video che posto qui di seguito:

“E’ oramai passato un anno da che non si hanno più notizie di nostro figlio e fratello Paolo, sacerdote, gesuita, italiano, scomparso in Siria il 29 luglio 2013. Tanto, troppo tempo anche per un luogo di guerra e sofferenza infinita come
la Siria. Chiediamo ai responsabili  della scomparsa di un uomo buono, di un uomo di  fede, di un uomo di pace, di avere la dignità di farci sapere della sua sorte.Vorremo riabbracciarlo ma siamo anche pronti a piangerlo.”

It has been a year (and one day) since that 29 July 2013 when our Father Dall’Oglio disappeared in Raqqa, Syria, kidnapped by Isis while trying to negotiate with the group.

During the past year we have been writing articles, raising questions, debating, and we’ve never stopped hoping to see him back. Yet, we have got no news concerning Abuna’s fate.

Yesterday his family released a press release and a video appeal which I’m posting here below:

“One year has already passed since we last knew of our son and brother Paolo, priest, Jesuit, Italian, who disappeared in Syria on July 29th 2013. This has also been a long time, too long, for a land ravaged by war and
infinite suffering like Syria. We ask those responsible for the disappearance of a good man, a man of faith,
a man of peace, to have the dignity to let us know of his fate. We would like to once again hold him in our arms, however we are also prepared to mourn him.”